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Le gambe secche del Maestro, fasciate da una spessa calzamaglia nera, si muovevano freneticamente da un punto all’altro del laboratorio. Erano tanto sottili e apparentemente fragili che Bernardo temeva di udire, da un momento all’altro,
il classico schianto del ramo secco che si spezza. Ma quelle gambe non avevano alcuna intenzione di cedere, quelle stesse gambe grazie alle quali si erano conosciuti. Un giorno, quello del loro primo incontro avvenuto due anni prima, che il ragazzo non avrebbe mai dimenticato.
Retrospettivo
Camminando in un viottolo, disseminato di buche e sassi, l’anziano alchimista inciampò finendo a terra lungo e disteso, a pochi passi dal giovane che stava procedendo nella direzione opposta. Bernardo si affrettò a soccorrerlo: – Vi siete fatto molto male? –.
– No, ragazzo – rispose l’uomo quasi divertito per quel contrattempo. – È più facile che si rompano le pietre che le mie ginocchia. Comunque grazie, figliolo. La tua gentilezza è cosa rara, oggigiorno. Qual è il tuo nome? –
– Mi chiamo Bernardo, signore. Bernardo Massalia. Per esser più precisi, Massaia è il cognome di mio zio, Giovanni Battista, il cappellano della chiesa di Linate. Io vivo con lui e lo aiuto nelle faccende: pulisco, spacco la legna e porto pesi di ogni tipo. Sono molto robusto, sapete – disse orgoglioso mostrando i bicipiti.
– Secondo me, tu dovresti aspirare a diventare qualcosa di più che un mulo da soma. –
– Non credo. Io non so far nulla e non so né leggere né scrivere. Mio zio non ha tempo per insegnarmi certe cose e i miei genitori… non so neppure chi siano. –
– Eppure qualcosa mi dice che in te ci sono delle grandi potenzialità. E di solito non mi sbaglio, ho un sesto senso per
certe cose. –
– Non capisco ma… se lo dite voi! –
– Qual è la tua età, ragazzo? –
– Quasi tre lustri, signore – rispose fiero Bernardo, stirandosi tutto per sembrare più alto.
– Quasi tre… mmh – fece l’anziano viandante, come a voler tramare qualcosa. – Bè, adesso se hai la bontà di farmi da bastone fino a casa, giusto per essere sicuro di non cadere un’altra volta, mi faresti proprio
un piacere. –
– Certo signore. Tanto non avevo nulla da fare ora. –
Per il ragazzo quell’incontro fu soltanto una semplice casualità, per il Maestro un chiaro segno del destino.
Dopo aver controllato gli alambicchi e data un’energica rimescolata ad uno strano liquido che bolliva da ore nel crogiolo, quell’originale personaggio tornò ad occuparsi del suo allievo. Prese uno sgabello traballante e gli si sedette di fronte. Lo guardò fisso negli occhi alcuni istanti e poi all’improvviso chiese: – Qual è il fine ultimo dell’alchimista? –.
– Ottenere la pietra filosofale e da questa l’elisir di lunga vita, cioè il suo stato liquido. Lo so bene ormai. –
– Bravo ragazzo, e a che servono queste due cose? –
– L’una a tramutare i metalli volgari in oro e l’altra a vivere di più. Quindi a viver felici – aggiunse di suo.
– Così sembrerebbe, per questo molti hanno sacrificato la propria vita per cercare di ottenerle. Nessuno però ha mai capito che comunque non sarebbe stato felice affatto. E sai perché? –
– Non saprei. Non vedo la ragione per non essere felici quando si può essere ricchi e vivere due, tre o anche quattrocento anni. –
– Allora te lo spiego io: fino a quando al mondo regnerà l’odio non si potrà mai essere felici, neppure se si è ricchi e con la
certezza di vivere in eterno, anzi, soprattutto in questo caso. Tu ipotizzavi di viver quattrocento anni, povero te: prova a pensare a cosa vorrebbe dire dover sopportare guerre, persecuzioni, tradimenti e tante altre malvagità per così tanto tempo. Quarant’anni sarebbero più che sufficienti. Fosse
per me vorrei esser già morto da un pezzo.
Perciò, mio caro ragazzo, bisogna prima cambiare il mondo. Soltanto dopo varrà la pena viver tanto. Non sei d’accordo? –
– Certo, come potrei non esserlo. Ma se la pensate così, è inutile faticare tanto: non credo sia possibile sconfiggere il male, Maestro, almeno a breve. –
– Ti sbagli Bernardo: io e te ce la possiamo fare. –
– Io e… voi? Siete davvero così di buon umore questa mattina, che vi va di scherzare? –
– No ragazzo, non sto scherzando affatto. Comunque non saremo proprio soli: ci darà una mano Ermete Trismegisto. –
– Ermete Trisme… Trisme che? –
– Ah, ah – rise divertito l’omino che nel frattempo era tornato baldanzoso a mescolare l’intruglio nel crogiolo. – Trismegisto,
figliolo, Trismegisto. Che significa “tre volte grande”. Anzi grandissimo, padre di tutti gli alchimisti – spiegò, tornando
a sedersi senza curarsi di un sinistro scricchiolio prodotto dalle sue ginocchia.
– E quando… me lo farete conoscere? – chiese eccitato Bernardo.
– Mai! – rispose secco il maestro senza alcuna esitazione. – È vissuto migliaia di anni or sono in Egitto. –
– Migliaia di anni?! Ma allora è morto! – esclamò deluso il ragazzo.
– Bè, non ho mai potuto constatarlo personalmente ma… ahimè, presumo di sì. –
– E allora… in che modo potrebbe aiutarci? –
– Per mezzo della Tavola di smeraldo. –
Sul volto del giovane si disegnò un’espressione ebete.
– E non guardarmi come un pesce, figliolo! Si tratta di una lastra di smeraldo sulla quale Trismegisto incise, con una
punta di diamante, quindici frasi sibilline. Queste trattano di una misteriosa cosa che avrebbe in sé un’energia sì tanto potente da essere ancor più forte della forza stessa. Questa cosa, oltre ad essere l’unica in grado di fornire l’elisir di lunga vita, sarebbe capace di tramutare il negativo in positivo, quindi… l’odio in amore. –
Bernardo ascoltava in silenzio con gli occhi e la bocca che facevano a gara a chi riusciva a spalancarsi di più.
– La Tavola, chiamata anche Smeraldina, venne ritrovata da un soldato dell’esercito di Alessandro Magno – continuò il
Maestro – nelle mani della mummia dello stesso Ermete, in una caverna vicino ad Hebron. Con quella il soldato macedone pensava di poter prendere il posto del re, conquistare
il mondo e diventare immortale. Ma così non fu: non riuscì mai a decifrarla. E come lui tutti coloro che riuscirono
ad impossessarsene: nessuno capì mai quale fosse il suo segreto. Poi, ad un tratto se ne persero nuovamente le tracce.–
– Non capisco. Come mai nessuno è riuscito a decifrarla? – chiese il ragazzo completamente preso da quella storia affascinante.
– Arguta osservazione, Bernardo, ma il motivo è semplice: è sempre finita nelle mani sbagliate. Nelle mani di chi avrebbe
voluto utilizzarla esclusivamente per i propri meschini scopi e non per il bene dell’umanità. “Solo l’uomo di provata buona volontà e altruismo riuscirà a comprendere il significato delle frasi incise e farne buon uso.” Così è scritto su quella Tavola. Tutti coloro che l’hanno posseduta credevano di esserne degni ma, ahimè, si sa, la presunzione è molto diffusa. Un’altra delle cose che rende stupido l’uomo. –
– Allora, a parte il fatto che non si sa neppure dove sia finita, in che modo potrebbe aiutarci se non riusciremmo neppure
a leggerla? –
– Qui ti sbagli: tu ci riuscirai. Tu hai le qualità richieste. –
– Io?! Voi continuate a prendervi gioco di me. So da poco leggere anche le cose che sanno capire tutti… come potrei
mai… –
– Sarà lei a guidarti – lo interruppe l’uomo con una decisione che non lasciò spazio a repliche.
– Voi dunque… sapete dove si trova codesta Tavola? –
– Sì, credo di averlo capito. Il problema sarà… recuperarla. –






