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L’enorme sala, con il soffitto altissimo ed affrescato, aveva le pareti ricoperte da arazzi pregiati e mobili imponenti, degni dell’ambiente che arredavano.
Carlo Borromeo era seduto dietro ad una grande scrivania, i gomiti sul piano e le mani giunte appoggiate al mento. Stava riflettendo in silenzio con lo sguardo rivolto al suo segretario seduto di fronte, ma con la mente decisamente altrove.
Quando fece sentire la sua voce, questa echeggiò come se arrivasse dal pulpito di una chiesa: – Quel parroco ha ragione: dall’alchimia alla magia il passo è breve. Sarà bene che io interroghi quel… maestro, che prima di tutto dovrà dirmi chi è. Avrà pure un nome ed un passato! –.
– Provvederò io, Eminenza. Lo farò accompagnare da voi–
s’intromise con tono pacato
l’uomo che fino a quel momento aveva atteso pazientemente di essere interpellato.
– Ed il ragazzo? Cosa facciamo con lui? –
– Il ragazzo… sì, il ragazzo – commentò tornando a riflettere. – Ha bisogno di una guida, di una istruzione vera. Non può rimanere con quel prete che non ha tempo di occuparsi di lui e, tanto meno, con quel bizzarro vecchietto. Me ne occuperò personalmente.
Fatelo portare in convento ma, mi raccomando: anche se probabilmente cercherà di opporsi, non deve essergli fatto alcun male. Con la violenza non si riporta sulla retta via nessuno. –
– Ai vostri comandi, Eminenza – annuì ossequioso18 il segretario. – Questa sera stessa potrete parlare con entrambi, se lo desiderate. –
– Un ultima cosa – fece ancora il Cardinale.
– Che i due siano… prelevati separatamente. Sarà bene che ognuno di loro non sappia niente dell’altro, per il momento. –
L’uomo vestito di nero questa volta si limitò ad un semplice segno d’assenso prima di allontanarsi con passo deciso.
Il Maestro girò per l’ennesima volta la clessidra e poi tornò a rivolgersi a Bernardo: – Poco più di ottant’anni fa, in molti si diedero un gran da fare per cercare un chimerico tesoro, pur senza sapere in cosa consistesse. Si diceva esser nascosto in
una tomba, distante due o più giornate di carrozza da qui. Tesoro… sembra una parola magica: basta pronunciarla e un mucchio di stolti si scatenano. Non sono pochi quelli che farebbero il giro del mondo a piedi se solo pensassero di trovarne uno.
Comunque, quello di cui ti sto parlando, nessuno lo trovò mai–.
– Una burla? – chiese divertito il ragazzo.
– No Bernardo, la spiegazione è un’altra: gli stolti hanno soltanto cercato la cosa sbagliata nel posto sbagliato. Qualcuno certo li ha ingannati, ma non per burlarsi di loro. Che c’è di meglio, per non far trovar qualcosa, che mandare chi la cerca ben lontano da dove si trova? La tomba in questione, in realtà, è sempre stata molto più vicina di quanto pensassero.
E poi non era uno scrigno colmo di gemme o ducati d’oro da cercare, ma… la famosa Tavola di Ermete. Doveva esserlo!
Tutto lo fa pensare. Era stata rubata solo alcuni anni prima ed era svanita nel nulla insieme con il ladro. Ora, quelle voci parlavano di un tesoro in una… tomba.
Una tomba ragazzo, capisci? È in una tomba che è stata rinvenuta per la prima volta quella Tavola e chi l’ha rubata lo sapeva… non può essere un caso. Anch’io avrei fatto lo stesso se fossi stato al suo posto: l’avrei riportata sotto terra, per farla sparire, e sarei rimasto con lei fino a quando non fossi riuscito a decifrarla, per proteggerla. –
– Perciò voi pensate che quell’oggetto si trovi qui vicino? – chiese il ragazzo.
– Più di quanto tu possa pensare figliolo, praticamente ci sei seduto sopra: da qualche parte sotto il castello dei Borromeo,
e probabilmente si trova ancora fra le mani di quel frate, morto con la patetica speranza di poter ringiovanire. –
– Perché proprio quel castello? – chiese il ragazzo.
– Pensaci bene Bernardo, un tempo era una cascina che apparteneva ai frati Neri, perciò quel monaco doveva conoscerlo come le sue tasche. In più, i Borromeo sono
importanti e potenti e lui sapeva benissimo che nessuno avrebbe mai osato violare quelle mura. Un nascondiglio perfetto. –
– Se è così perfetto, come pensate di trovarlo voi, allora? – s’informò Bernardo.
– Non ti preoccupare ragazzo, al momento opportuno ti dirò come dovrai fare. –
Il cuore del giovane a quel punto ebbe un sussulto prima di mettersi a correre all’impazzata.
– Mi direte… come dovrò fare? Non vorrete mica… io?! –
– Figliolo! – lo riprese l’alchimista. – A volte mi sorprendi. Credevo che ormai lo avessi capito: sei tu che dovrai prendere
quella Tavola. Tu sei la persona giusta e tu la toglierai dalle mani di quel frate. E poi non pretenderai che ci vada io là sotto! Anche se ho solo… novant’anni, o quasi, rischierei
di rompermi l’osso del collo. Coraggio figliolo, non c’è alcun motivo di spaventarsi, io farò in modo che tutto vada
per il meglio. Quella… brodaglia ti darà una mano – disse il Maestro indicando soddisfatto il crogiolo.
– E quando… dovrei… –
– Non prima di un paio di giorni, ragazzo. Dobbiamo attendere la congiunzione astrale di almeno due pianeti con la Terra, se vogliamo che tutto riesca a dovere e ciò, se i miei calcoli sono esatti, avverrà appunto fra due giorni. Esattamente la notte del ottobre. Allora, e solo allora… dovrai. –
– Ma quel frate sarà morto! – protestò Bernardo.
– Questo è certo, più che morto – commentò con un sorrisetto beffardo l’arzillo alchimista. – Troverai soltanto un bello scheletro, vestito di nero, visto che è nascosto da qualche parte là sotto da novant’anni. Quindi lui non ti darà alcun
problema, ma non sarà comunque una cosa facile, lo ammetto. Non mi stupirei se nei paraggi si aggirasse ancora il suo fantasma pronto a spaventare chiunque tentasse
di avvicinarsi a quelle povere spoglie mortali e soprattutto… alla Tavola. –
A quel punto il giovane sbiancò ed iniziò a tremare visibilmente spaventato.
– E smettila di battere i denti figliolo, che ti si possono rompere. Dopo che avrai bevuto la pozione che sto preparando, non… sì Bernardo, proprio quella, – confermò
il maestro interrompendosi bruscamente quando vide il ragazzo guardare con aria disgustata ed interrogativa il crogiolo – … non avrai più nulla da temere. –
– A parte il mal di pancia – commentò Bernardo reprimendo un conato di vomito, prima di chiedere: – Ma cosa c’è
dentro? –.
– La curiosità è come la fretta, figliolo! –
– E cioè? –
– Meglio non averla. –






