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Il sole aveva iniziato da poco la sua lenta discesa verso l’orizzonte quando due uomini giovani e robusti, al servizio del
tribunale ecclesiastico, arrivarono su di una carrozza nei pressi della catapecchia seminascosta dagli alberi.
Scesero, si guardarono un po’ intorno e poi bussarono in modo deciso. Due cornacchie,appollaiate sul tetto, infastidite da quei colpi, spiccarono il volo gracchiando, in cerca di un posto più tranquillo.
I birri, non ricevendo alcuna risposta, bussarono nuovamente e questa volta con più vigore, tanto che la porta vibrò facendo
scricchiolare i cardini in modo sinistro, ma il risultato fu il medesimo: soltanto silenzio.
Meno di un minuto dopo, sotto alcune poderose spallate dell’uomo più robusto, il portone cedette e si staccò dal muro abbattendosi al suolo con un gran tonfo.
Gli uomini attesero alcuni istanti sulla soglia affinché il polverone che si era sollevato si diradasse e poi entrarono. Si
guardarono intorno cercando dappertutto, ma del vecchio nessuna traccia.
– Il crogiolo è ancora caldo e… senti che puzza! Deve essere andato via da poco – fece notare, storcendo il naso, l’uomo che
teneva in mano un grosso sacco di canapa30 che avrebbero dovuto mettere sulla testa dell’alchimista, se questi avesse opposto resistenza.
– Aspettiamo il suo ritorno? – chiese l’altro.
– No. Andiamo a prendere il ragazzo – rispose quello che pareva essere il capo, alzando le spalle. – A questo tizio ci penseremo dopo. –
Risalirono in carrozza e si allontanarono. Poco dopo, quando il silenzio tornò ad essere assoluto, una pietra sul pavimento del laboratorio, larga e piatta, si mosse scoprendo un grosso buco, attraverso il quale due occhietti vispi scrutarono in modo circospetto tutt’intorno.
Quando fu sicuro di essere rimasto solo, il Maestro sollevò la testa che sbucò come quella di una marmotta dalla propria
tana. Nessuno conosceva l’esistenza di quella botola, neppure Bernardo.
Massalia si stava sfregando le mani. Aveva saputo ciò che voleva e anche di più: la Tavola di Ermete Trismegisto sarebbe stata sua. Avrebbe lasciato che il ragazzo e l’alchimista facessero il lavoro per lui e poi, ottenuto l’elisir, li avrebbe consegnati all’Arcivescovo.
Quando Bernardo tornò in sé si sentì un po’ strano ma, attribuendo la causa del suo malessere al vino, non ci fece molto caso.
– Evidentemente sei ancora troppo giovane per bere qualcosa che non sia acqua – lo schernì lo zio, che nel frattempo aveva iniziato a mangiare con gusto, come se nulla fosse accaduto.
– Non è vero! Sono un uomo ormai! – protestò il ragazzo. – Ho sedici anni. Non capisco per quale motivo il capo abbia
preso a girarmi in quel modo. Ma adesso va meglio. –
– Allora finisci la minestra prima che si raffreddi e lascia il vino a me, quest’oggi – gli suggerì il cappellano, prima di svuotare il suo boccale. – Però avevi ragione, sai Bernardo? È davvero eccellente. Una sola coppa e mi sento… più giovane. –
Quel modo di fare, insolitamente gioviale, sorprese non poco il ragazzo, che conosceva lo zio come una persona silenziosa
e dal carattere cupo. Quel succo d’uva fermentato doveva aver fatto uno strano effetto anche su di lui, osservò divertito.
Poi qualcuno bussò alla porta e quel pensiero uscì dalla sua mente svanendo senza lasciare traccia, come il fumo della minestra che ancora veniva fuori dal pentolone.
Si alzò per andare ad aprire, ma venne preceduto dallo zio che con una mano gli fece segno di rimanere seduto: – Vado io.
Chi può mai essere a quest’ora? –.
Nel frattempo udirono chiaramente il nitrito di un cavallo.
I due birri grandi e grossi che il prete si trovò davanti furono felici di non dover buttare giù un’altra porta e senza perdersi in chiacchiere dissero: – Stiamo cercando Bernardo Massalia. L’Arcivescovo Carlo Borromeo vuole parlare con lui. Abita qui, vero? –.
– Sì, è… mio nipote, ma… per quale motivo? Non capisco – chiese il parroco prendendo tempo, ma nascondendo a fatica
una certa apprensione.
– Noi abbiamo soltanto il compito di accompagnarlo da lui – rispose uno dei due, che subito dopo si affrettò a chiedere, con fare sgarbato: – Allora, si trova qui o dove? –
– Veramente… no, non è qui e non saprei dove trovarlo. È uscito questa mattina di buon ora e… non è più tornato – rispose a voce alta il cappellano nella speranza che il nipote lo sentisse.
Bernardo lo sentì, eccome. Già stava origliando da dietro la porta socchiusa della cucina e venne preso dal panico. Cosa
poteva volere ancora da lui il Cardinale? E poi perché non è venuto lui come la sera prima? Dove lo avrebbero portato
quei due? Non lo sapeva e non aveva alcuna intenzione di scoprirlo.
Si guardò nervosamente intorno alla ricerca di un nascondiglio, ma invano: non c’erano posti dove potersi nascondere. E comunque, si disse, se fosse rimasto in canonica, prima o dopo lo avrebbero trovato.
Doveva fuggire, non c’era altra soluzione. Ma come? Lui poteva contare soltanto sui suoi piedi e per quanto corresse
veloce, quegli uomini a cavallo lo avrebbero raggiunto in un baleno.
Ad un tratto gli venne un’idea: perché non portare via gli animali a quei figuri? In questo modo si sarebbe ribaltata la situazione: loro a piedi e lui con il vantaggio del quadrupede.
Confidando nella fortuna, corse alla finestra che si affacciava sul retro. Si trovava ad una altezza di pochi piedi dal suolo e perciò, con l’agilità di un gatto, scavalcò
il davanzale e balzò sul prato sottostante. Proprio in quel momento, con gli stessi metodi rozzi usati dai bravi, i due spinsero da parte il prete ed entrarono senza tanti complimenti. – Tu vai a vedere di sopra, io cerco qui – ordinò il capo. – Se ci facciamo scappare anche questo, per noi si mette male – aggiunse poi entrando in cucina, dove per poco non bestemmiò, quando si accorse di essere stato imbrogliato: sulla tavola c’erano ancora due piatti e due boccali.
“E così non sarebbe più tornato?!” pensò imbestialito. “E bravo il nostro signor curato che ha creduto di potermi prendere
per il naso come un grullo!”
Fosse stato per lui gli avrebbe tirato il collo come a una gallina, ma gli ordini erano chiari: non potevano toccarlo.
Massalia si appiattì contro il muro portandosi una mano davanti alla bocca: le stoviglie! A quelle non aveva proprio pensato e sicuramente neppure suo nipote, sempre che questi fosse riuscito a dileguarsi.
“E così l’Arcivescovo ha mandato a prendere sia Bernardo sia il vecchio”,
pensò riferendosi alle ultime parole dell’uomo, più irritato che spaventato. “Se riesce a trovarli per me è la fine: addio elisir.
Ma che posso fare?”
Non aveva il tempo per inventarsi qualcosa e di certo non avrebbe potuto contrastare fisicamente quei due energumeni.
Il ragazzo, correndo come il vento, fece
il giro della casa ma, giunto davanti all’ingresso,
fu assalito dallo sconforto: non trovò due cavalli, bensì una carrozza con delle spesse tendine ai finestrini che impedivano
di guardare all’interno. – Oh no! – protestò a voce alta e con il fiatone, dovuto più alla paura che alla corsa. – E se dentro c’è un loro compare? E magari armato di archibugio? – Intento a trovare una soluzione, non si accorse che uno dei birri era uscito dalla canonica e si stava dirigendo verso di lui a passo deciso, fino a quando non sentì gridare: – Ehi ragazzo!
Sei tu Bernardo Massalia? –.
A quel punto Bernardo ebbe la netta sensazione che il cuore gli si fosse fermato.
Senza più alcuna esitazione, archibugio o no, con un salto da fare invidia ad una rana montò a cassetta e, recuperate le
briglie, spronò i cavalli al galoppo gridando: – Oh, oh!! Via, belli, via, via! –. Imprecavano.
La carrozza, al pari di una biga nell’arena, partì come un fulmine invertendo bruscamente il senso di marcia, tanto che
per un attimo le due ruote che si trovarono all’esterno della curva si sollevarono pericolosamente da terra, facendo temere
il peggio. Fortunatamente tutto andò liscio e i due grossi cerchi di legno ricaddero pesantemente al suolo tornando a
mordere il terreno.
Il ragazzo, con il fiato sospeso, si guardò alle spalle e, attraverso il polverone sollevato dagli zoccoli degli animali, vide ciò che sperava: due uomini che inveivano, impotenti,
nella sua direzione con i pugni alzati.
Questo lo fece rilassare un po’ e poco dopo la paura si trasformò in euforia: l’incoscienza dei sedici anni aveva preso il sopravvento.
Quell’eccitazione, però, cessò completamente quando si rese conto di essere diventato un ladro. Quel gesto sconsiderato, dettato dall’istinto, agli occhi di tutti sarebbe apparso
come un semplice ed ignobile furto e, come se non bastasse, ai danni del clero.
Inevitabilmente tornò a farsi strada il panico. Avrebbe dovuto trovare un modo per rimediare a quella dabbenaggine, ma
non prima di aver messo una considerevole distanza fra sé e i birri. Se avesse avuto sul collo il fiato di quei due non sarebbe
stato in grado di ragionare. Ad un tratto, però, un odore sgradevole gli rammentò la pozione puzzolente che lo avrebbe
reso invincibile. Ecco la soluzione: doveva berla subito, non poteva attendere altri due giorni. Rincuorato da quell’idea,
spronò ancora di più i due animali e continuò la sua folle corsa verso la salvezza.
In piedi, con le gambe flesse per mantenere l’equilibrio, fendeva l’aria con il viso come la polena di un veliero in mare
aperto e la sua folta e lunga capigliatura scura sventolava imperiosa sovrastando le criniere che lo precedevano.
Sotto gli stracci che indossava e che lo facevano sembrare goffo e impacciato, ogni muscolo del suo corpo, in realtà
asciutto e slanciato, era teso come la corda di un arco che attende di essere imbracciato da un valido arciere per mostrare tutto il suo valore.
Il Maestro avrebbe incoccato la freccia.






