Maestra, ma tu che lavoro fai?

Quando ho cominciato questa professione ero così entusiasta che non riuscivo proprio a capire le persone che inorridivano dinanzi alla parola “scuola”. Per me era pure difficile comprendere come mai le colleghe veterane fossero così scocciate e stanche dell’ambiente scolastico e perché contassero i giorni che le separavano dalla tanto anelata pensione. Ora, dopo più di un decennio, comincio a capirle! E mi spiace solo averci impiegato così poco tempo, intuendo che quella che io reputavo una professione era, per troppi, un duro lavoro che qualcuno doveva pur fare!

A inizio carriera tornavo a casa e attaccavo all’armadio di quella studentessa universitaria che ero, tutti i disegnini che i miei alunni mi regalavano. Che bello! Lavoravo con i bambini, degli spiriti spensierati che avevano tutto da imparare.

Non sapevo, però, che avrei dovuto imparare molto anche io! Così è stato, infatti. Ho imparato a innamorarmi di quei bimbi che non erano miei, ma erano comunque pezzetti del mio cuore; ho imparato a vedere la gioia nel loro sorriso vero e schietto; ho imparato che ci sono persone che ti apprezzano davvero, e anche che un lavoro può piacere.

Purtroppo negli anni ho capito pure che la scuola è fatta anche di tante altre… materie! Ci sono primedonne che si atteggiano a tali solo quando fa loro comodo, ma che non perdono occasione per vestirsi da vittime quando gli conviene mettere un’altra persona in cattiva luce; ho imparato che purtroppo non tutti prendono per buono ciò che fai e che ti idolatrano solo per ottenere qualcosa; ho capito amaramente che chi davanti ti accarezza, ti può pugnalare nel preciso istante in cui ti volti. Ma pazienza, basta armarsi di una corazza.

Ho visto, con il trascorrere degli anni, troppi bambini non avere nessuna riverenza nei confronti degli adulti e rispondere loro male, come se fossero amichetti di gioco. Ho notato troppa leggerezza e mancanza di regole proprio in posti in cui le regole del vivere bene si imparano. Paradossale? Mica tanto, è proprio così.

Non molto tempo fa un bambino, nel candore della sua ingenuità, mi ha chiesto: «Maestra, ma tu che lavoro fai?». Ed io: «Come che lavoro faccio?», «Sì, quando esci da qui, che lavoro fai?».

Devo essere sincera, mi è capitato tantissime volte che mi facessero questa domanda e ora ne ho una anch’io… Ma i bambini come vedono i loro insegnanti? O meglio, gli adulti come fanno apparire ai bambini il ruolo dell’insegnante? Certo che, rispetto a quanto oneroso sia il lavoro di un’insegnante, soprattutto in quanto a responsabilità, si viene remunerati con quattro spiccioli ma da lì a non reputarlo un lavoro… Che io, la mattina, mi alzo per andare a pettinare le bambole?

Per fortuna ho incontrato, nella mia carriera, persone che davvero ci credevano e ci credono in questa professione, ma chi per un motivo, chi per un altro, è sconfortato. Il problema principale è che oramai un insegnante sembra sempre “sbagliare”: se è buono è troppo buono, se è severo è cattivo, se è sempre presente, anche con la febbre, se ne poteva stare a casa, se si assenta, guai!

Infatti, se tu Tizia domani ti assenti e Caia è pure assente e non hai preso i fatidici 5 giorni (così nominerebbero una supplente), perché a te ne servivano solo 2 (visto che, oltretutto, ti decurterebbero le assenze dai quei 4 soldi che quindi rimarrebbero 3 e a te ne servirebbero sempre almeno 5), vuol dire che io Sempronia, che domani andrò a lavoro, mi troverò con i miei 25 bambini di seconda classe, più 3 della quarta che divideranno, più 4 della prima che vorranno stare per forza insieme e la loro insegnante non c’è, in un’aula con capienza 26 e la responsabilità che, se accadesse qualcosa, non si è assunto nessuno dall’alto, anche se gli ordini precisi sono di dividere le classi, ma per iscritto, nessuno ha la responsabilità, tranne me. Oh, io, Sempronia che mi ritroverò in una pluriclasse con i miei alunni a cui dovrò spiegare qualcosina e gli altri da intrattenere non si sa come e tutti insieme appassionatamente, felici & contenti, sempre ammesso che non accada niente… Alla domanda del mio alunno, avrei dovuto rispondere così: «Faccio la cabarettista».

A me, molto spesso, viene voglia di mollare tutto. Se non fossi testarda… ma “S’i’ fosse Angela, com’i’ sono e fui… non mollo!”.

Angela Carchia

 

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3 commenti

  1. E anche questa è una delle tante brutte realtà di un paese che non sa assolutamente cosa sia l’organizzazione e pur citandosi come “Repubblica fondata sul lavoro[…] non sa nemmeno da dove si comincia a renderlo dignitoso. Brava Angy!

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