La Tavola di smeraldo – 11° capitolo

Per leggere i capitoli precedenti andate nella sezione CULTURA – LETTERATURA

 

11

 

 

– Forza, Bernardo, scava – lo incitò il Maestro. – Un po’ di lena, per le corna di Belzebù! Non pensare a Dorotea e scava.–

– Ma perché una buca tanto larga e profonda davanti alla porta della vostra casa? – domandò il ragazzo asciugandosi

la fronte con il dorso della mano. Nonostante fosse a torso nudo e la temperatura dell’aria decisamente autunnale, stava

sudando copiosamente.

– Per far bere quella pozione ai due birri, mi sembra evidente, no? –

– No, a me non sembra affatto. Cosa c’entra la buca con la pozione? –

– A tempo debito te ne accorgerai, figliolo. E adesso non sprecare il fiato: scava! –

Il ragazzo abbassò lo sguardo e ubbidì. Utilizzando una semplice vanga e la forza dei suoi muscoli, ancora acerbi ma sufficientemente vigorosi, lavorò fino a quando da quella fossa non gli rimase fuori che la testa.

A quel punto, fisicamente distrutto, arrampicandosi

a fatica venne fuori da quella voragine, con il petto impiastrato di terra e sudore. Si lasciò cadere e rimase sdraiato ad ansimare, fino a quando il Maestro non lo punzecchiò con un bastone: – In piedi ragazzo, non è ancora arrivato

il momento di riposarsi. Dobbiamo stendere sul buco questa rete – disse mostrando un complicato intreccio di sottili

rami flessibili. – Come vedi, anch’io non sono stato con le mani in mano mentre tu lavoravi. La faremo stare tesa utilizzando delle pietre che metteremo sopra ai bordi

e poi ricopriremo il tutto con del fogliame, in modo da nascondere rete e fossa. –

Il ragazzo non fece commenti, ma alzandosi in piedi guardò con aria interrogativa il Maestro, che per tutta risposta lo ignorò.

Terminato anche quell’ultimo lavoro, Bernardo, sempre più sporco, sudato e con i muscoli indolenziti, decise di andare

a lavarsi al fiume, che scorreva a pochi passi da lì.

Giunto in riva al Lambro, in corrispondenza di un’ansa tranquilla e sufficientemente profonda per nuotare, si guardò intorno. Non vedendo nessuno nei paraggi si sfilò le brache che teneva legate in vita con una corda e, dimentico dei temporali imperversati il giorno e la notte precedenti, che avevano fatto abbassare di molto la temperatura e non solo dell’aria, si tuffò.

L’urlo che avrebbe voluto emettere gli rimase prigioniero nella gola: l’acqua gelida lo fece rimanere completamente senza

fiato.

Se avesse seguito il suo istinto sarebbe schizzato fuori, ma pensando alla pozione riuscì a resistere e, superato quel terribile momento, sguazzò come un pesce fino a quando non sentì più le dita delle mani.

A quel punto decise di uscire, ma quasi se ne pentì: il vento che si era alzato nel frattempo gli sferzò la pelle bagnata, facendogli sentire ancora più freddo. Colto da un tremito convulso, senza preoccuparsi del fatto che fosse nudo come un verme, iniziò a saltellare nel tentativo di scaldarsi,

ma senza risultato. Allora, ancora con i capelli gocciolanti

che gli coprivano il viso e la pelle raggrinzita come quella di una prugna secca, provò a strofinarsi energicamente tutto il corpo con la tela dei calzoni e finalmente iniziò a percepire un piacevole formicolio.

Approfittando di quella effimera tregua, si rivestì e iniziò a correre come una lepre.

Una cosa però l’aveva ottenuta, pensò: non era più sudato.

 

– Hai deciso di farti venire un accidente proprio adesso? – lo riprese con tono autoritario il vecchietto, notando il colore livido delle labbra e delle mani. – Siamo quasi a novembre e ieri c’è stata tempesta; come pensavi che fosse l’acqua? Calda?! E adesso finisci di vestirti e vai a sederti vicino

al fuoco, o ti faccio diventare blu anche qualcos’altro a suon di calci. –

– Certo, Signore. Subito – rispose apprestandosi ad infilare un camicione spesso e ruvido.

 

 

Massalia, con una certa titubanza, si sedette di fronte all’Arcivescovo, dopo che questi lo aveva invitato ad entrare.

Disse l’essenziale per non rischiare di impaperarsi o contraddirsi e attese, con un certo nervosismo e il fiato sospeso, la reazione del suo interlocutore.

Carlo Borromeo, che aveva ascoltato attentamente accarezzandosi il viso con una lunga penna di fagiano, rimase in silenzio un momento come a riflettere, lasciando

il suo ospite volutamente sulle spine. Poi, quando notò alcune goccioline di sudore imperlare la fronte del curato, staccò la

schiena dalla poltrona e, appoggiandosi con gli avambracci sul piano della scrivania, disse: – Apprezzo molto la vostra onestà

e la vostra solerzia che, vi assicuro, non saranno state vane –.

L’uomo al suo cospetto si rilassò e riprese

a respirare.

– Tuttavia… – riprese Carlo Borromeo facendo irrigidire nuovamente Massalia che tornò in apnea – … tuttavia, dicevo, mi trovo costretto a dover fare arrestare vostro nipote.

Voi capite, vero? Non posso chiudere gli occhi di fronte a quel che ha fatto. –

Il prete fece uscire rumorosamente il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento e si asciugò il palmo delle mani sulla

tonaca. “Spero che quella maledetta strega sappia il fatto suo” pensò prima di rispondere: – Certo Eminenza, comprendo benissimo, per quanto la cosa mi rammarichi.

Voi gli avete dato l’opportunità di rimediare, ma lui non l’ha saputa cogliere.

È giusto che quel ragazzo impari a prendersi le proprie responsabilità –.

Il Cardinale fece un cenno d’assenso con la testa e poi, porgendo la mano al curato con il chiaro intento di congedarlo, concluse: – Ora tornate a casa e non pensate

più a questa faccenda. D’ora in avanti mi occuperò io del ragazzo –

L’uomo si alzò e umilmente si inchinò a baciare il grosso anello che si ritrovò sotto il naso, ma quando fece per andarsene, il Cardinale lo fermò: – Un’ultima cosa,

scusate… a proposito di casa, ho notato che la chiesetta nella quale officiate sta letteralmente cadendo in pezzi. I vostri parrocchiani sono così poco generosi da non consentirvi di effettuare neppure i più urgenti lavori di manutenzione? Oppure… state utilizzando il denaro per qualche altro scopo? –

Dopo un attimo in cui parve disorientato, Massalia cercò di giustificarsi annaspando nella più disastrosa improvvisazione:

– Vedete… qui non c’entra la generosità.

Vedete, Eminenza… i miei parrocchiani sono tutti molto umili e non hanno neppure di che sfamarsi, quindi potete capire… per me le spese sono molte e… devo aiutare chi non ha nulla e… devo… –.

– Va bene, va bene, parleremo di questo in un’altra occasione. Andate pure adesso – lo interruppe l’Arcivescovo tirandolo fuori involontariamente dall’ennesima sabbia mobile in cui si era cacciato.

Rimasto solo, Borromeo, chiamò il suo segretario e diede ordini precisi: voleva quel ragazzo prima che il sole tramontasse sul giorno seguente.

Massalia, che si stava allontanando molto lentamente e con le orecchie tese, udì ciò che voleva.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *