La Tavola di smeraldo – 14° capitolo

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14

 

 

Il ragazzo, a prima vista, sembrava ridotto piuttosto male e il Maestro, senza perdersi in chiacchiere, era corso a raccogliere

delle erbe medicamentose. Aveva preparato in gran fretta un infuso, lo aveva filtrato e gliene aveva fatto bere una

parte. Con quella avanzata, dopo aver aggiunto della polvere di argilla, aveva preparato una sorta di fango che ora gli stava

applicando, ancora caldo, sulle ferite.

– Ti è andata bene figliolo, sono soltanto dei grossi graffi e non tagli profondi come temevo. Fortunatamente le unghie del lupo

non sono gli artigli del leone. Con questi impacchi guarirai in fretta: ti andrà via il bruciore e il dolore che provi tutto intorno.

In più ridoneranno vigore ai muscoli. – Finito di spalmare, l’anziano si pulì le mani e poi riprese dicendo: – E adesso vuoi spiegarmi perché invece di schizzare sopra ad un albero sei stato così imbecille da rimanere a fare a botte con il lupo?

Cosa ti è saltato in testa? L’hai preso per un cucciolotto che voleva giocare? –.

Bernardo, sdraiato sul giaciglio di paglia, rispose con lo sguardo perso nel vuoto: – Sapevo benissimo quel che facevo, invece. Avreste dovuto esserci signore. Non riuscivo a credere ai miei occhi –.

– E io ai miei, a vedere che ne sei uscito

soltanto con qualche graffio – rispose l’alchimista. – Avresti potuto morire, lo sai?! –

– Oh, no! Con la pozione che mi avete fatto trangugiare è impossibile. –

Il Maestro chiuse gli occhi e sospirò. – Prima ti butti nell’acqua gelata, poi tra le fauci di un lupo… dov’è che ho sbagliato?

Forse te ne ho fatta bere troppa. – Poi, riaperti gli occhi, riprese con enfasi: – Avere coraggio significa saper dominare la paura, non sbarazzarsene. Chi non ha paura è soltanto

un incosciente, che finisce sempre per lasciarci la pelle prima del tempo. Ficcatelo bene nella zucca. E adesso cerca di riposare un po’. Fra poche ore dovrai affrontare qualcosa di ancora più impegnativo –.

– Ormai, che altro può esserci di più impegnativo? – chiese sospirando il ragazzo.

– Ai fantasmi non gliela puoi ficcare una pietra in bocca – fu la semplice risposta del Maestro.

 

Bernardo finalmente parve tornare in sé e sul suo viso si fece strada un’espressione intelligente. Poi la stanchezza ebbe la

meglio sull’eccitazione e il ragazzo si addormentò profondamente.

Il vecchio saggio lo guardò con aria paterna e ravvivò il fuoco nel camino affinché non prendesse freddo. Poi, quasi in punta di piedi, sparì fra i suoi alambicchi al piano sottostante.

 

 

Berenice, con un ghigno satanico stampato sul volto, era intenta a recitare alcune formule magiche nella penombra della sua spelonca. L’atmosfera era già abbastanza

inquietante, ma per rendere la cosa ancora più teatrale agli occhi dell’unica spettatrice presente ogni tanto gettava nel

fuoco una manciata di polvere giallastra, provocando vampate di luce e sordi boati.

Dorotea pendeva dalle sue labbra. La guardava con ammirazione, in silenzio e stringendo fra le mani un piccolo amuleto che portava appeso al collo a mo’ di ciondolo: un dente di gatto cariato. Senza quello, le aveva detto la fattucchiera, la magia non avrebbe avuto alcun effetto.

Doveva tenerlo addosso giorno e notte, le aveva intimato la strega: se l’avesse perso, difficilmente avrebbe avuto la meglio su quel ragazzo.

 

 

Quando Bernardo si svegliò, provò una piacevole sensazione di benessere. Il tepore del fuoco lo stava ancora avvolgendo come una soffice coperta e le ferite non dolevano più. Si sentiva riposato e pronto ad agire.

Si ripulì dal fango che ancora gli copriva le ferite, che nel frattempo si era seccato e si infilò un camicione che gli diede

il Maestro.

– Non è proprio della tua misura, visto che è mio, ma dovrai accontentarti: il tuo era ridotto a brandelli. –

– Non preoccupatevi, è soltanto un po’ corto ma andrà benissimo. Grazie ancora, signore. – Poi, dopo un attimo di silenzio: – Allora Maestro, andiamo? Io sono pronto – chiese impaziente il ragazzo.

– Calma figliolo, calma. Mi stai facendo venire il prurito dappertutto con la tua fregola. La luna è ancora distante dal punto in cui la Terra le farà ombra. E comunque non dobbiamo andare proprio da nessuna parte – disse l’omino provocando l’ennesima espressione di stupore sul viso di Bernardo, che immediatamente incalzò il suo interlocutore esclamando: – Come sarebbe?! Volete rinunciare? –

– Per le corna di Belzebù! – fece l’alchimista lasciando cadere le braccia lungo i fianchi in segno di rassegnazione. – Mi farai

diventare pazzo, prima o poi. Non andiamo da nessuna parte, per il semplice motivo che già ci siamo. –

Il Maestro prese il solito sgabello traballante e si sedette vicino a Bernardo, che nel frattempo era tornato a giacere nel suo letto di paglia: – Orbene, il frate che rubò la Tavola di smeraldo sembra venisse spesso in questa catapecchia, a trovare lo strano individuo che ci abitava prima di me. Tanto

strano che nessuno riuscì mai a capire di che sesso fosse; aveva sembianze umane, questa è l’unica cosa certa. Quando si incontravano, da queste mura uscivano strani bagliori e si sentivano dei boati. In quel periodo nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi a questa casa, a parte il frate –.

– Come mai quel monaco non aveva paura? –

– Forse perché… di solito si ha paura di ciò che non si conosce. E io penso che lui conoscesse quella strana creatura fin troppo bene. –

– E che fine ha fatto quell’essere? – continuò incuriosito Bernardo.

– Esattamente, nessuno lo sa. Quel che si sa è che quando sparì il frate, scomparve anche lui… o lei. –

– Pensate che quel mostro, né uomo né donna, abbia rapito il monaco e portato chissà dove? – chiese ancora con il fiato

sospeso il ragazzo.

– Questo è quello che hanno pensato tutti. Ma sono baggianate, soltanto baggianate.

Io credo piuttosto che il frate e quel… demone, siano sempre stati la stessa persona.

Quel tipo ha creato un personaggio terrificante per tenere lontano da qui curiosi e ficcanaso. Per questo, quando seppi

che il frate aveva rubato la Tavola, presi possesso di queste mura che nessuno voleva perché considerate maledette. Dovevo assolutamente scoprire che fine avesse fatto realmente quell’uomo, come aveva fatto a scomparire. –

– E ci siete riuscito? –

– Certo, ma ho impiegato parecchio tempo. –

– Avete trovato la formula dell’incantesimo? Quello che rende invisibili? –

– Assolutamente nulla di tanto complicato: un buco, ragazzo, un semplice grande buco. Al piano di sotto, sul pavimento

del mio laboratorio. Un passaggio segreto che scende sotto terra e si estende poi nella direzione del castello dei Borromeo.–

– Adesso ho capito! Perciò io dovrò percorrere quel passaggio segreto, vero? –

– Esattamente – confermò il Maestro. – Per l’occasione ti trasformerai in una talpa. Se ho visto giusto, quel cunicolo ti porterà diretto ad una stanza sotterranea in corrispondenza del castello, dove troverai un laboratorio simile al mio. –

– Ma come può essere possibile che in tutti questi anni nessuno ci sia mai arrivato facendo il cammino inverso? – osservò il ragazzo.

– È strano, lo so. Ma non è accaduto, altrimenti lo avrei saputo. Forse i Borromeo non sanno neppure che esiste quella cantina.

Forse c’è un passaggio segreto anche per accedervi dall’interno del castello che soltanto i frati neri conoscono e che non

hanno mai rivelato a nessuno. Chi può dirlo; starà a te scoprirlo. –

 

 

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