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16
Bernardo continuò il suo viaggio sotterraneo senza più
incontrare ostacoli fino a quando non si trovò la strada sbarrata da una parete di roccia in mezzo alla quale stava
una piccola porta di legno massiccio, completamente liscia: senza alcun tipo di serratura. – “Fine del viaggio. Ma probabilmente sono arrivato” – disse fra sé. “Lì dietro
dovrebbe esserci la cantina che sto cercando.”
Provò a spingere,mal’uscio non cedette neppure di un’unghia. “E adesso con quale altra diavoleria si aprirà questa dannata
porta?” Si affrettò a cercare qualcosa di simile alla pietra che gli aveva permesso di attraversare il fosso, ma nulla da fare.
“Devo stare calmo e ragionare. Così mi ha sempre detto il Maestro.” Chiuse gli occhi e provò a riflettere. Quella porticina,
priva di maniglia e di cardini, era inserita dentro la roccia. Quasi certamente, bisognava farla scorrere all’interno della parete per aprirla.
Mise in terra la torcia e appoggiò entrambi i palmi delle mani sull’asse di legno.
Facendo una leggera pressione, provò a spostarla verso destra, poi verso sinistra, verso l’alto e infine verso il basso, ma la
porta rimase esattamente dov’era. Innervosito sbuffò rumorosamente e si appoggiò sconsolato con le spalle al muro. In quel mentre si rese conto di avere un impellente bisogno fisiologico. La vescica gli scoppiava e non avrebbe resistito per
molto, quindi tanto valeva liberarsi di quel peso: nessuno lo avrebbe visto. Scorta una piccola cavità nel pavimento, simile ad una crepa, fece pipì in quella direzione. Al termine,
il sollievo che provò fu decisamente superiore alle aspettative: sentì uno strano rumore sotto i suoi piedi e lentamente, come
per magia, l’uscio, cigolando, iniziò a
sollevarsi. “Altra strana cosa per la quale dovrò chiedere una spiegazione” pensò.
Raccolse in fretta la torcia ed entrò. La stanza, completamente ricavata nella roccia, era piuttosto grande e zeppa di cianfrusaglie simili a quelle che si trovavano nel laboratorio del Maestro. Si estendeva per diversi piedi e in fondo voltava a
sinistra formando un gomito.
Dopo essersi guardato un po’ attorno riprese ad avanzare,
lentamente e in modo circospetto, fino a quando non si sentì investire da un alito di vento. Si fermò e pensò ad un brutto scherzo della paura, ma la fiamma della fiaccola lo contraddisse immediatamente: crepitando s’intensificò e si piegò.
Subito dopo un altro soffio di aria fredda gli accarezzò il viso e questa volta percepì chiaramente una presenza accanto a sé. Fece un respiro profondo e si girò di scatto come a voler sorprendere qualcuno, ma chi? Dietro di lui non c’era nessuno, o meglio, non vide nessuno. Chiuse gli occhi e tentò di deglutire: “Il fantasma del frate!” pensò. “Non può essere che lui.”
Quando credette di non sentire più nulla, cercò di farsi coraggio pensando alla pozione e riprese la sua ispezione.
Passo dopo passo giunse al punto in cui la stanza piegava a sinistra e quando svoltò l’angolo, la torcia illuminò ciò che
più temeva di vedere sin dal momento in cui s’infilò nel tunnel. Per un attimo il suo cuore si fermò: lo scheletro del frate, avvolto dal saio nero, era lì di fronte a lui.
Seduto, con le spalle appoggiate al muro sul quale era appesa una fiaccola ormai spenta, aveva le gambe incrociate e la testa
reclinata da un lato. Con la stessa fierezza di un templare a guardia del Santo Gral, brandiva ancora con le mani una
lunga spada, con la quale sembrava continuare a difendere il proprio tesoro: un grosso baule posto accanto a lui.
A Bernardo occorse un po’ di tempo per sentire il sangue tornare a scorrere nelle vene, ma quando ciò accadde, si rese
immediatamente conto che in quella cassa doveva esserci rinchiusa la “Tavola di smeraldo”.
Il frate, nel momento in cui sentì che la vita stava per abbandonarlo, doveva essersi preparato per poter affrontare
chiunque volesse portargliela via, anche dall’aldilà.
Il ragazzo non riusciva a staccare gli occhi da quel baule, ma nello stesso tempo non trovava la forza per avvicinarsi. Era
sicuro che nel momento in cui l’avesse fatto, quello scheletro si sarebbe alzato e avrebbe iniziato a combattere.
D’altro canto non poteva rimanere lì in eterno. Trasse un lungo respiro e provò ad avanzare di un passo, ma un suono stridulo e assordante lo fece spaventare a morte: un grosso pipistrello gli passò sopra la testa mancandolo di un soffio.
“Da dove è saltata fuori codesta bestiaccia?” si domandò Bernardo, che si era inginocchiato a terra per evitare di essere
colpito. “E dove si sarà cacciata adesso?”
Poi, quando il battito del cuore gli tornò regolare, esclamò ad alta voce: – Per le budella di un rospo putrefatto! Comunque
sia è soltanto un pipistrello –. Si raddrizzò ed avanzò di un altro passo, ma nulla da fare: annunciato dallo schiaffeggio delle ali, il grosso mammifero si lanciò nuovamente su di lui e questa volta non mancò il bersaglio. Con un tonfo sordo gli
piombò sulla testa e si aggrappò saldamente ai capelli.
Strillando in modo isterico, Bernardo lasciò cadere la torcia e si gettò a terra, dibattendosi in modo frenetico nel tentativo
di scrollarsi di dosso quell’essere immondo.
Più ci provava, però, più quel demone si attaccava.
L’animale, per nulla infastidito da tutto quel bailamme, con la pelle delle ali, liscia e trasparente, riuscì ad avvolgere completamente il viso della vittima in una specie di abbraccio sordido e grottesco, quasi a volerla soffocare.
Poco dopo Bernardo sentì le piccole narici del topo, calde e umide, appoggiarsi sul collo.
Il Maestro gli aveva parlato dei vampiri. Sapeva cosa sarebbe accaduto se gli avesse permesso di affondare i denti: gli
avrebbe succhiato tutto il sangue e lo avrebbe lasciato rinsecchito come una lucertola morta sotto il sole d’agosto.
Il cuore prese a battergli con tale forza che ogni battito era come un pugno nel costato.
Ad un tratto, il demone sollevò le labbra e parve sorridere, come se pregustasse ciò che stava per fare, poi affondò i canini nella carne bianca e tenera del ragazzo, strappandogli un urlo di disperazione.
Bernardo ebbe un sussulto e la sua mano finì accidentalmente contro la torcia che aveva perso poco prima. Istintivamente
l’afferrò e appoggiò la parte infuocata su quell’orribile ratto volante che rimase appiccicato alla resina incandescente,
prendendo fuoco. Tra mille gridi striduli e scatti convulsi, il vampiro si accartocciò su sé stesso emanando una puzza
nauseante di carne bruciata.
Ancora con il fiato corto per lo spavento, Bernardo si portò una mano sul collo e la ritrasse sporca di rosso: i due piccoli
fori sanguinavano, ma fortunatamente non sarebbe morto.
“Quel pipistrello non si era trovato lì per caso” pensò il ragazzo rimettendosi in piedi. “Era il fantasma del frate, sotto forma
di vampiro! E… se anche il lupo…? Ma certo. Per le corna del diavolo! Era sempre il frate che cercava di fermarmi. E adesso? Le sembianze di quale altro mostro assumerà
per attaccarmi, la prossima volta? Calmo Bernardo, devi stare calmo, la pozione funziona. Il fantasma l’hai già sconfitto due volte e lo farai ancora.”
Più deciso che mai, si avvicinò al baule e cercò di aprirlo, ma inutilmente. Una grossa serratura glielo impedì. “La chiave! Ci deve essere la chiave da qualche parte.” Bernardo iniziò a cercare dappertutto, dentro ad ogni alambicco, sotto
ogni pietra, in tutti gli anfratti, ma niente da fare. “Eppure quel monaco è morto qui dentro e qui dentro dev’essere.” Poi, dopo un attimo di sconforto: “E se ce l’avesse addosso, nel saio?”. Con una certa riluttanza si avvicinò allo scheletro e, titubante, provò a sfiorarne il vestito. Visto che non accadeva
nulla di strano, affondò le mani nelle tasche.
– Vuote! Per le budella di mille rospi, sono vuote! – gridò deluso. – Ma che razza di nascondiglio vi siete inventato, di grazia?
– domandò allo scheletro come se potesse ascoltarlo. – Che ne avete fatto di questa stramaledetta chiave? Ve la siete
mangia… già, potrebbe anche essere. Prima di iniziare il sonno eterno l’avete ingoiata per esser certo che nessuno la trovasse.
Credevate di esser furbo? Ma carne addosso, ora, non ne avete più messere, e se codesta chiave si trovava tra le vostre
viscere, quando queste sono scomparse dovrebbe essere caduta proprio sotto il vostro ossuto fondo schiena. –
Il ragazzo si inginocchiò e, prendendolo con due dita, sollevò lentamente il saio. Poi, si chinò e sbirciò sotto, facendo luce con la torcia che teneva nell’altra mano.
– Eureka! – esultò. Era proprio lì, in terra, accanto alle ossa del bacino, piuttosto grossa ed arrugginita.
– Caro frate, dovevate avere un bell’appetito per riuscire a buttar giù una così pesante schifezza – commentò sempre a voce alta, guardando con disgusto quel pezzo di ferro che teneva fra le dita. Quindi, senza perdere altro tempo, la inserì nel vecchio lucchetto e tentò di farla girare, ma sembrava non volerne sapere. Con il tempo si era arrugginita anche la serratura.
Ad un tratto uno strano sibilo proveniente da dietro le sue spalle, lo fece bloccare. Con la mano sinistra raccolse la fiaccola che aveva appoggiato a fianco e si voltò. Una enorme vipera lo stava fissando con la testa alzata e la sottile lingua
biforcuta che freneticamente entrava ed usciva dalla bocca.
“Finalmente, hai deciso di mostrarti con le tue vere sembianze, diavolo maledetto. Hai fatto presto a riprenderti, ma la cosa
non mi sorprende: abituato alle fiamme dell’inferno, il fuoco della mia fiaccola ti ha fatto soltanto ridere” pensò, allungando
lentamente il braccio destro verso lo scheletro. Con lo sguardo sempre rivolto al demone e la fronte imperlata di sudore, cercò con le dita la spada del frate.
Il rettile, come se avesse intuito le intenzioni del ragazzo, sollevò ancora di più il capo e riprese a strisciare verso di lui velocemente, ma Bernardo, con lo scatto di un felino, lo precedette: impugnò l’arma e con un movimento fulmineo, vibrò un colpo con tale violenza che la testa dell’animale
si staccò di netto dal resto del corpo, che iniziò a contorcersi su sé stesso spasmodicamente. Nello stesso momento, il teschio dell’uomo si staccò dalla colonna vertebrale e rotolò fra i piedi del giovane, che interpretò il fatto come un segno
di vittoria definitiva.





