Come eravamo… Il movimento femminista

Il secondo capitolo del nostro viaggio nella storia delle donne del ‘900 è dedicato agli albori del movimento femminista.

Il 1880 è infatti l’anno in cui il femminismo si trasforma da idea a vero e proprio movimento: proprio in quel periodo nasce infatti la “Lega promotrice degli interessi femminili”, fondata da Anna Maria Mozzoni, una delle teoriche del femminismo più attive tra i due secoli.

Si tratta di un evento importante non tanto per i risultati che la Lega ottenne quanto per aver dato il via alla nascita di un folto gruppo di associazioni di donne alla ricerca di diritti: tra fine ottocento e soprattutto all’inizio del Novecento nacquero infatti anche l’Associazione Nazionale per la Donna (nel 1907), l’Unione femminile nazionale (1905), il Consiglio nazionale delle donne (1905), solo per citare le più conosciute.

Tutti questi gruppi, pur nelle differenze, avevano un obiettivo comune: dare forza, voce e anche coordinamento alle richieste che le esponenti del sesso femminile andavano avanzando nei confronti della società civile. Convegni, incontri, assistenza alle donne in difficoltà, proteste contro il governo erano solo alcune delle attività promosse da questi gruppi.

Gli squilibri esistenti e persistenti tra i due sessi non accennavano a diminuire, né tantomeno Stato e Chiesa sembravano interessati a sostenere un dibattito per la conquista di nuovi diritti a favore delle donne. É quindi all’interno di queste associazioni che nacquero i primi dibattiti, le prime idee, i primi movimenti per promuovere alcune misure emancipazioniste, in un’epoca in cui le donne non potevano vantare grandi libertà sociali, né tantomeno una posizione vantaggiosa dal punto di vista giuridico.

É però importante riconoscere che gran parte delle prime femministe nate da questi movimenti rivendicavano soprattutto diritti sociali: tra le fila di questi gruppi c’erano poche donne in cerca della rivoluzione di genere, poche riuscirono infatti ad ambire o ad avere il coraggio di richiedere il suffragio universale. La pressione dalla società civile era ancora troppo forte.

Le donne che si riconoscevano in questi primi gruppi emancipazionisti credevano infatti che la conquista di alcuni diritti soprattutto in campo sociale avrebbe rappresentato comunque un grande passo verso la loro causa: tra i temi che diedero vita alle prime richieste di queste associazioni c’erano infatti la previdenza, l’assistenza sociale, la tutela della maternità, l’istruzione e anche la riforma parziale del codice civile.

In sostanza, queste associazioni chiedevano sì la nascita di una donna nuova, ma si trattava ancora (per la maggior parte) di una donna che riconosceva nel ruolo di madre e moglie il cardine dell’intera esistenza con, in più, il dovere di elevare e istruire anche tutte le altre donne italiane. Inoltre, le prime femministe dovevano essere un vero e proprio esempio per tutte le altre donne: in termini di moralità, di rispetto del pudore e delle formalità non potevano assolutamente trasgredire.

Inoltre, al contrario di quello che successe negli anni ’70, i movimenti femminili di quest’epoca non costituirono una rivolta generazionale: anzi, trovarono maggior seguito nelle donne di mezza età, senza fare grossa leva sulle ragazze più giovani.

Una caratteristica che rappresentò un grosso limite (e allo stesso tempo anche una grande accusa) per queste associazioni di prime femministe fu quella di coinvolgere soprattutto esponenti dei ceti medio borghesi senza rappresentare a dovere la classe proletaria e i suoi interessi.

Le associazioni guidate da queste donne in cerca di diritti riuscirono comunque ad ottenere alcuni risultati, seppure timidi. Di certo a loro va riconosciuto il grande merito di aver sollevato, con prepotenza, la questione femminile. In particolare, alcuni congressi lanciati proprio da questi gruppi di manifestanti in gonnella provocarono movimenti di unità femminile senza precedenti.

Con il 1902 arrivò una delle prime conquiste. Venne infatti introdotta una legge a favore del lavoro femminile con la quale si proibiva il lavoro delle donne in luoghi pericolosi ed insalubri, la giornata lavorativa veniva fissata in 10 ore (ovvero 12 ore con due ore di riposo), si riconosceva il congedo di maternità (pari a 28 giorni dopo il parto, senza retribuzione alcuna) e si vietava il lavoro notturno alle ragazze minorenni. Un passo avanti, senza dubbio, ma la ragione per la quale questa legge venne promossa ebbe poco a che fare con il riconoscimento di diritti femminili: il motivo che spinse all’applicazione di questa riforma va infatti ricercato nel timore che il lavoro pericoloso per alcune donne avrebbe potuto ridurre il tasso di natalità e, conseguentemente, avrebbe influito sulla salute della stirpe.

Oltre alla riforma lavorativa, le donne di quell’epoca riuscirono ad ottenere anche altre tre novità importanti: nel 1910 le titolari di attività commerciali ottennero la possibilità di votare durante le elezioni delle Camere di Commercio e nel 1911 ottennero la possibilità di candidarsi e votare anche negli istituti scolastici. Ancora nel 1910, dopo una serie di proteste proprio per l’inefficacia della legge a favore del lavoro femminile che risultava insoddisfacente, ottennero per la prima volta l’istituzione della cassa di maternità.

Un capitolo a parte va aperto per un particolare tipo di femminismo nato proprio tra ‘800 e ‘900: il femminismo cattolico. Le donne che appartenevano a questo gruppo rappresentavano esattamente il contrario del femminismo moderno, tacciato come inappropriato e pericoloso in quanto portatore di valori laici e, come tale, contrario agli obiettivi religiosi della chiesa.

Le loro rappresentanti erano genericamente d’accordo sulla richiesta di diritti e riforme sociali (tra cui istruzione e ricerca della paternità) a favore del mondo femminile ma su molte altre questioni le opinioni tra femministe cattoliche e laiche divergevano assolutamente, tanto da procurare fratture insanabili tra i due gruppi (nel 1098 infatti le femministe cattoliche si riunirono in un’associazione autonoma, “L’Unione fra le donne cattoliche d’Italia”, sotto il rigido controllo del Vaticano).

In generale questo tipo di femminismo religioso, almeno per come era concepito dalla Chiesa e dal Papa stesso, non favoriva né caldeggiava l’acquisizione di nuovi diritti per le donne né cercava di conquistare un ruolo più attivo per loro. Al contrario, il suo obiettivo era quello di raggruppare un folto gruppo di donne unite nel tentativo di difendere la cristianità e di arginare il fenomeno di laicizzazione che tanto spaventava a quell’epoca. Insomma, nuovi doveri per il mondo femminile.

E, a testimoniare tutto ciò, l’affermazione del Papa durante un’udienza nel 1906: «La donna non deve votare ma votarsi a una alta idealità di bene umano.[…] Dio ci guardi dal femminismo politico!».

Nonostante i primi movimenti emancipazionisti riuscirono a coordinarsi, a farsi forza e a ottenere qualche successo importante, le principali ambizioni del movimento femminile novecentesco, come il suffragio universale, erano ancora lontane.

Non mancarono alcuni tentativi, anche in parlamento, né mancarono femministe che lottarono fortemente per la causa ma gli esiti, purtroppo, furono sempre negativi.

Proprio nel 1912 infatti una riforma sancì il diritto di voto a tutti gli uomini alfabetizzati sopra i 21 anni, agli analfabeti sopra i 30 anni e a tutti gli uomini che avevano svolto il servizio militare. Delle donne neanche l’ombra.

I motivi che giustificavano l’assenza delle donne dal corpo elettorale erano molteplici e prevedibili: si sosteneva che il diritto di voto avrebbe favorito la promiscuità tra uomini e donne nei seggi elettorali, che le donne erano troppo influenzabili, che avrebbero accettato di ubbidire ai mariti anche nelle scelte elettorali (o, viceversa, che avrebbero causato litigi in famiglia in caso di disaccordo politico), che il posto delle donne era soltanto la dimora domestica. Una frase di Giolitti sintetizza al meglio il pensiero dei politici di quell’epoca riguardo alle elettrici in gonnella: «Il voto femminile sarebbe stato un salto nel buio» .

In generale il movimento femminista di questi anni non ebbe la capacità di fare presa, in primis, sul mondo delle donne stesse. E le ragioni erano molteplici.

Le prime donne emancipazioniste non avevano esperienze di lavoro collettivo organizzato e il livello di istruzione molto basso rendeva difficile la possibilità di confrontarsi con gli uomini e di far valere le proprie ragioni (anche politiche). Inoltre, la pressione psicologica obbligava le donne a mantenere una rispettabilità formale che non sarebbe stata rispettata nella sfera pubblica così come il connubio scienza e religione non virava a favore del mondo femminile, anzi continuava a proclamare la superiorità dell’uomo. Va anche sottolineato che le prime manifestanti venivano messe continuamente in ridicolo dalla stampa maschile e che nelle periferie delle città e nelle zone più rurali il movimento femminista non venne nemmeno conosciuto.

Insomma, ciò che mancò veramente alle prime associazioni femministe fu un appoggio completo, un vero e proprio plebiscito da parte delle stesse interessate, le donne. Ma, viene da chiedersi, come sarebbe stato possibile in un’epoca in cui le donne (sposate) dovevano avere l’autorizzazione maritale per abbonarsi ad una rivista?

Bisognerà aspettare il 1919 per avere la prima riforma giuridica davvero importante e addirittura il secondo dopoguerra per l’allargamento del corpo elettorale.

Nonostante ciò non è corretto sottovalutare l’importanza di queste prime manifestanti in gonnella: se non fosse caduta la democrazia nel 1922 forse le rivendicazioni più importanti sarebbero arrivate.

Anna Maria Mozzoni, in un suo scritto, riassume perfettamente il pensiero delle prime femministe:

La donna, per vieto costume esclusa dai consigli delle nazioni, ha sempre subíto la legge senza concorrere a farla, ha sempre colla sua proprietà e col suo lavoro contribuito alla pubblica bisogna, e sempre senza compenso.

Per lei le imposte, ma non per lei l’istruzione; per lei i sacrificii, ma non per lei gl’impieghi; per lei la severa virtú, ma non per lei gli onori; per lei la concorrenza alle spese nella famiglia, ma non per lei neppur il possesso di sé medesima; per lei la capacità che la fa punire, ma non per lei la capacità che la fa indipendente; forte abbastanza per essere oppressa sotto un cumulo di penosi doveri, abbastanza debole per non poter reggersi da sé stessa…

L’ascesa del fascismo, poi, non aiutò di certo queste prime donne alla conquista di diritti. E proprio a loro, alle protagoniste delle battaglie e delle conquiste tra le due guerre, sarà dedicato il nostro prossimo articolo.

a cura di Sara Venchiarutti

 

 

 

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