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Come ogni anno, in autunno, il castello di Peschiera prendeva le sembianze di un grosso orso in letargo. Adagiato su un morbido tappeto di foglie dalle innumerevoli sfumature di giallo, sembrava attendere pazientemente il ritorno dell’estate, stagione in cui, avvolto da una rigogliosa
campagna assolata, mostrava il massimo dello splendore assurgendo degnamente al ruolo di protagonista.
Poi, all’avvicinarsi dei brevi e freddi giorni invernali, lo scenario intorno ad esso, mutando rapidamente, faceva sì che venisse dimenticato in quella che si trasformava in una grigia e triste pianura paludosa.
La famiglia Borromeo, in questo periodo, si limitava a brevi e sporadiche visite, lasciando il maniero alle cure di servi e contadini abilmente guidati da un fattore di fiducia.
E fu proprio quest’ultimo ad accogliere con entusiasmo l’Arcivescovo, quel giorno.
Carlo Borromeo, dopo averlo salutato ed essersi informato sulla sua salute, smontò da cavallo e gli affidò l’animale.
L’uomo si affrettò a dire: – Se solo avessi saputo, avrei
predisposto un’accoglienza diversa, ma… –.
– Non è una visita ufficiale, Arnaldo. Non occorre alcuna accoglienza particolare. Ora lasciatemi solo per un po’. Vi
chiamerò io se avrò bisogno. –
Il contadino ubbidì e si allontanò in direzione della stalla.
Carlo Borromeo perlustrò con cura ogni sala della magione79, cercando di capire cosa potessero aver rubato, ma al termine
la risposta fu una soltanto: Bernardo nel castello non aveva mai messo piede. Era pronto a giurarlo. Non mancava niente e tutto era come avrebbe dovuto essere. Ma allora cosa ci faceva nel fossato, all’alba? Esisteva forse qualcosa di cui ignorava l’esistenza? Se così fosse, di cosa avrebbe potuto accusare il ragazzo? “Per poter incolpare qualcuno di furto bisogna almeno essere in grado di dire cosa ha rubato” pensò scuotendo il capo. Quel ragazzo lo stava facendo dannare, eppure non riusciva a volergliene, anzi, nutriva per lui addirittura una certa simpatia.
Tornato nel patio, chiamò il fattore e gli rivolse alcune domande.
L’uomo, non più giovane e leggermente curvo, pur conoscendo Carlo Borromeo da sempre, mostrava una certa soggezione ed
imbarazzo nel rivolgergli la parola, nonostante l’Arcivescovo lo trattasse come fosse un suo pari.
– Siete sicuro di non aver udito nulla, questa mattina presto o questa notte? –
– Vostra Eminenza, quella appena trascorsa è stata una brutta notte. Come voi saprete, la Luna è scomparsa per un po’ e quando ciò accade è un brutto segno. Molto meglio
rimanersene nel letto e non tirar fuori dalle coperte neppure la punta del naso. –
– Perciò, anche se qualcuno si fosse introdotto all’interno delle mura non lo avreste sentito? E neppure lo avrebbero sentito
gli altri domestici, immagino? –
– Introdotto…? Oh, no di certo! Ma perché vi preoccupate? Nessuno avrebbe osato andare in giro questa notte. E poi, gli
altri domestici, dite? Erano ancor più spaventati di me. Ma perché qualcuno avrebbe dovuto entrare di soppiatto nel
vostro palazzo? –
– Non so, forse è soltanto una mia idea. Ma non dimenticate, Arnaldo, il castello non è più mio. –
– Per me è come se lo fosse ancora, vostro e del vostro povero fratello, pace all’anima sua – si affrettò a dire facendosi il
segno della croce.
– Ma purtroppo Federico non c’è più, il Signore lo ha chiamato ed io, già da un anno, ho donato tutte le mie proprietà allo zio
Giulio Cesare, e voi lavorate per lui, ora. –
– Già, non ho mai capito perché – commentò a quel punto l’uomo facendo spallucce.
– Sulla strada che ho scelto di percorrere non c’è spazio per le ricchezze. Comunque adesso non avete più nulla da temere,
la Luna è tornata al suo posto – lo tranquillizzò in tono comprensivo il Cardinale, sorridendo. – Ed ora fatemi portare il cavallo, non posso trattenermi oltre. –
– Certo Eminenza – rispose il fattore facendo segno ad un ragazzino poco distante.
– E se vedo vostro zio, cosa devo dire? –
– Assolutamente nulla, io non sono mai venuto. Preferisco non allarmarlo per qualcosa che, evidentemente, non è accaduto. –
“Forse c’è di mezzo l’alchimia, forse la magia o la stregoneria o forse non c’è di mezzo proprio nulla. Ma lo zio di Bernardo
ha ragione: meno se ne viene a sapere, di questa storia, e meglio è” pensò infine.
– Come desiderate e… buon viaggio. –
– Grazie Arnaldo. –
Berenice stava recitando incomprensibili formule magiche innanzi al fuoco del camino, in presenza di Massalia, al quale la fiamma pareva brillare più del solito.
– Allora? Riuscite a capire se Bernardo ce l’ha fatta oppure no? – chiese l’uomo spazientito.
La donna parve non sentirlo e continuò a blaterare e a creare lampi lanciando polvere di zolfo nel camino.
– Allora? – protestò ancora il prete, poco dopo.
La fattucchiera, questa volta, con aria demoniaca, lo fulminò con lo sguardo e gracchiò: – Allora, allora, allora! Se conti
nuate a distrarmi non riuscirò a capire un bel niente! –. Poi, sbuffando innervosita, con un tono di voce poco più tollerante,
rispose alla domanda: – Sì, il ragazzo ha trovato ciò che stava cercando –.
– Siete sicura? –
– Senza di voi tra i piedi lo sarei stata molto di più ma… credo proprio di sì. –
– Meraviglioso! – esultò il prete.
– Non eccitatevi troppo; per il momento quella Tavola è saldamente nelle mani di Bernardo. –
– Ma non per molto, vero? Per voi sarà un gioco da fanciulli portargliela via, ovunque si trovi. –
– Bè… sì, diciamo che quando voglio una cosa so come ottenerla – confermò con aria altezzosa la donna, che subito dopo pensò: “Peccato per te, però, che ciò che voglio io non sia quello che vuoi tu, sciocco e del tutto inutile pretaccio”.






