Donne del ventennio fascista: tra famiglia e divisa

Immagine di Istituto Luce

Il percorso che le donne hanno seguito, almeno fino alla seconda guerra mondiale, sembra essere davvero simile ad un’eterna altalena: un vero alternarsi di momenti bui e conquiste, di continui e desolanti passi indietro e faticose riconquiste.

E le donne che vissero durante il ventennio fascista, tra la prima e seconda guerra mondiale, ebbero proprio la sfortuna di veder tramontare i progressi e le grandi conquiste che erano state ottenute durante il primo conflitto.

La retorica fascista era basata essenzialmente sugli stessi principi che regolavano la filosofia cattolica, almeno per quanto riguarda la concezione delle donne. In altre parole per il fascismo le Italiane erano “importanti” in quanto mogli e madri esemplari, angeli del focolare, madri di pionieri e di soldati, milizia civile al servizio dello Stato. E questi sono solo alcuni dei titoli onorifici che la dittatura attribuiva alle donne, a testimonianza dei loro doveri verso il regime e dei presunti diritti che il regime stesso concedeva loro.

Il lavoro extra domestico che tanto era stato utile durante il primo conflitto mondiale tornò quindi ad essere osteggiato tanto dalla Chiesa quanto dalle autorità fasciste (in primis Mussolini stesso), secondo cui le madri non dovevano dedicare tempo ad attività lavorative che le distogliessero dai loro ruoli principali.

Nel 1934 Mussolini affermò addirittura che il lavoro era potenzialmente pericoloso per le donne e che avrebbe potuto renderle sterili mentre «lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli apparati generativi porta nell’uomo una fortissima virilità fisica e morale».

Sotto il fascismo non era quindi più possibile parlare di emancipazione femminile attraverso il lavoro.

Il duce introdusse un fiume di leggi discriminatorie fin da subito per escludere le donne da molte attività, in netto contrasto con la legge Sacchi del 1919 (una delle tante conquiste perse durante il ventennio) che aveva abolito quasi tutti gli ostacoli al lavoro femminile. La giustificazione fornita dal partito fascista era che si trattava solo di misure temporanee rese necessarie dalla crisi economica.

E così nel 1923 il regime ordinò di licenziare tutti i dipendenti che erano stati assunti durante il conflitto: la maggior parte naturalmente erano donne.

Dal 1926 vennero escluse dai posti di lavoro al ministero delle Poste e vennero bloccate le assunzioni di insegnanti di alcune materie (quelle considerate più prestigiose) nei licei e negli istituti magistrali. Dal 1933 i concorsi per i nuovi posti nella pubblica amministrazione non potevano accettare donne. Nel 1938 venne perfino approvato un decreto legge che imponeva il limite del 10% nelle assunzioni delle donne in attività non manuali, sia nel settore pubblico che in quello privato. L’assunzione di manodopera femminile fu vietata completamente nelle piccole imprese.

Queste misure forti e repressive furono accompagnate da una vera e propria campagna procreatrice e demografica: la retorica di quegli anni puntava sulla pubblica esaltazione della maternità a sostegno della forza dello Stato nazionale.

Ogni illusione di poter rivestire un ruolo attivo nella costruzione del nuovo ordine andò in frantumi: la maternità veniva ridotta all’atto fisico di produrre bambini. Il concetto alla base dell’idea fascista era chiaro: più figli, più uomini da mettere in divisa. E le donne più prolifiche venivano premiate con onorificenze pubbliche.

Naturalmente, allo stesso tempo, la politica fascista si dimostrava rigidissima nei confronti di tutti i metodi contraccettivi e dell’aborto: nel 1930 venne infatti definito come un vero e proprio reato contro la stirpe, che poteva essere punito anche con la reclusione.

In maniera simile, anche l’istruzione femminile venne osteggiata: le donne che studiavano e che ambivano ad avere una carriera lavorativa disubbidivano allo Stato e al loro dovere di contribuire ad allargare la popolazione. Se quindi il regime fascista accettava la partecipazione delle donne alle scuole elementari (naturalmente intrise di retorica e propaganda fascista volta a manipolare l’istruzione e l’educazione delle future donne, madri e mogli), dall’altro lato scoraggiava la presenza di alunne nelle scuole superiori e magistrali con misure concrete e chiarissime, come l’aumento delle tasse scolastiche per le studenti donne.

Con questa filosofia, se da un lato i fascisti condannavano tutte le pratiche connesse con l’emancipazione femminile (dal voto al lavoro extradomestico, al controllo delle nascite) in realtà dall’altro lato, nel tentativo di accrescere la forza economica della nazione e di mobilitare ogni risorsa disponibile (inclusa la capacità riproduttiva delle donne ) i fascisti finivano, inevitabilmente, per promuovere quegli stessi cambiamenti che cercavano di evitare. Un vero e proprio paradosso.

Il partito fascista mobilitò infatti un intero esercito di donne. Creò la mobilitazione femminile più importante e più diffusa che c’era mai stata fino ad ora e che nemmeno i primi movimenti femministi erano riusciti ad ottenere. Uno strumento fondamentale per il fascismo, per allargare e massimizzare la base, ma che a lungo andare si dimostrò un’arma a doppio taglio.

Dopo il 1925 le donne organizzate non furono mai più considerate un interlocutore della politica fascista. La dittatura riconosceva infatti solo due “movimenti” delle donne: le organizzazioni femminili fasciste e i gruppi cattolici. Le femministe di un tempo volsero quindi il loro impegno al volontariato sociale o all’attivismo culturale, dando vita ad una nuova cultura femminile di dimensioni nazionali.

Le organizzazioni che raccolsero maggior consenso furono i fasci femminili che misero in divisa un numero incredibile di donne: nel 1929 100.000 iscritte, nel 1940 750.000 e nel 1942 1 milione. Numeri mai visti prima: e le ragioni di questa adesione di massa furono molteplici.

Va infatti precisato che inizialmente, negli anni ’20, il partito di Mussolini non sembrava particolarmente misogino, addirittura era d’accordo a sostenere la richiesta di suffragio universale. Inoltre, dal 1923 ogni sezione locale del partito doveva avere un fascio femminile che era diretto da una segretaria, la quale rispondeva direttamente alla sua fiduciaria provinciale. Inutile farsi ingannare: si trattava comunque di reti maschili, con la partecipazione di rappresentanti femminili in ruoli subordinati e con doveri ben precisi. Quando infatti alcune segretarie chiesero di poter indossare la camicia nera, la risposta fu chiarissima: «La camicia nera è il simbolo virile dello spirito combattivo della nostra rivoluzione e nulla ha a che fare con il compito di bene e di assistenza sociale che il Fascismo ha affidato alle donne».

L’adesione ai fasci non fu sempre spontanea: lo fu soprattutto negli anni ’30 quando molte donne giovani, vissute negli anni in cui la retorica e la propaganda fascista la faceva da padrone, vedevano l’iscrizione come una cosa naturale e positiva. E lo fu anche per quelle donne che avevano creduto nella promessa di Mussolini di supportare il suffragio universale (promessa, neanche a dirlo, rinnegata poco più tardi).

Ma per gran parte delle altre donne rappresentò soprattutto una scelta obbligata: dagli anni ’30 avere la tessera dei fasci (che aveva peraltro un costo bassissimo) era un requisito necessario per godere di benefici in campo sociale e perfino per poter accedere a certi lavori, soprattutto nel settore pubblico.

Le donne fasciste dovevano partecipare alle riunioni e ai raduni, guadagnare consenso e nuovi iscritti al movimento attraverso attività caritative, occuparsi di propaganda, assistere i malati ed i feriti, fare da madrine ai nuovi fasci di combattimento. Le donne si rivelarono quindi in questi anni lo strumento più efficace a disposizione del regime per tessere le lodi del partito e per fidelizzare un folto gruppo di reti familiari. Ma a loro era esplicitamente interdetta ogni autonoma iniziativa politica.

La perfetta donna fascista era quindi un ibrido, nuovo e interessante: serviva tutti i bisogni della famiglia e, al contempo, si faceva carico dell’interesse dello Stato.

La mobilitazione di massa, perfettamente riuscita, ebbe però l’effetto imprevisto (e di certo non voluto) di scalfire la concezione tradizionale della donna e della famiglia.

In altre parole, mentre le istituzioni fasciste rispolveravano nozioni antiquate di maternità e paternità, femminilità e virilità, richiedevano, al tempo, nuove forme di coinvolgimento sociale per le donne. Coinvolgimento realizzato in termini autoritari, non liberaldemocratici.

In conclusione, la vastissima mobilitazione rosa che passò attraverso i fasci e le organizzazioni cattoliche fu guidata da istanze indubbiamente anti femministe ma, paradossalmente, contribuì a creare nuovi spazi di attivismo femminile nella sfera pubblica. Se quindi questo periodo costituì una sorta di freno sul progresso, per quanto riguarda lo sviluppo della politica femminile, dall’altro creò le premesse per l’ammissione delle donne nella vita pubblica e al voto.

Al prossimo capitolo della nostra rubrica spetterà il compito di descrivere la vita quotidiana delle donne vissute nel bel mezzo della seconda guerra mondiale.

Sara Venchiarutti

 

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *