Come Eravamo – Tra partigiane e repubblichine: donne in divisa nella seconda guerra mondiale

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La seconda guerra mondiale aprì un capitolo durissimo per la vita delle donne italiane. Un capitolo fatto di angoscia, fame, violenza, soprusi, cambiamenti e decisioni radicali. E lo fu per tutte le donne, senza distinzioni. Inizialmente, il regime di Mussolini sottovalutò enormemente lo scoppio del conflitto. Il fronte italiano venne organizzato in maniera del tutto insufficiente senza uomini e senza mezzi adeguati per contrastare l’avanzata degli alleati. E, così come durante la prima guerra mondiale, vennero ribaltati nuovamente i ruoli di genere per far sì che le mogli e le madri sostituissero gli uomini al fronte. Una legge del 1940 impose la sostituzione di tutto il personale maschile impiegato nella pubblica amministrazione, cancellando le quote introdotte nel 1938 per restringere la presenza femminile in questo settore. Addirittura, nel 1943 fu stilato un elenco di impieghi banditi per gli uomini e accessibili solo dalla donne. Una novità inaudita. Per la prima volta una lista di “prescrizione” per gli uomini anziché per le donne. Naturalmente la ragione era strumentale: gli uomini dovevano tutti abbracciare le armi in un grande momento di difficoltà. Al resto, potevano pensarci le mogli.

La vita quotidiana femminile in questi primi anni di conflitto venne scandita soprattutto dalla ricerca di generi alimentari. A differenza di quello che accadde nella prima guerra mondiale, vista la grande carestia, le madri e mogli si spinsero anche al di fuori del loro ambiente tradizionale, viaggiando fino ai territori di campagna, alla ricerca disperata di cibo, fino a ricorrere spesso anche al mercato nero.

Quando gli alleati iniziarono a risalire la nostra penisola però, la guerra vera e propria iniziò anche per le donne. Sembrava non esistere più una differenza sostanziale tra fronte militare e fronte civile. Intere famiglie venivano bombardate e uccise anche nelle loro dimore. La vita in casa divenne insostenibile, quasi come in trincea. Fu così che anche le donne vennero in contatto con gli orrori della guerra.

E la situazione cambiò per tutte. Cambiò per le donne che decisero di rimanere neutrali di fronte alla contrapposizione tra sostenitori di Mussolini e tra partigiani. La maggior parte della popolazione femminile non prese posizione, intenta a tentare di sopravvivere. Ma questo non risparmiò loro gli orrori della guerra: anche queste donne cercavano di sfuggire ai bombardamenti, furono ferite, morirono deperite. Insomma, vissero in continuo pericolo solo per il fatto di trovarsi in territorio occupato.

La vita si fece terribile sia per coloro che vivevano nel Nord Italia, occupato dai fascisti, sia per coloro che vivevano nel Sud Italia, sotto l’occupazione alleata. Infatti anche le donne che abitavano nel Mezzogiorno dovettero sopportare angosce e orrori tremendi: non solo la mancanza di generi alimentari, ma anche i soprusi e gli stupri commessi dalle truppe alleate. E le vittime spesso erano perfino donne molto anziane e ragazze giovanissime.

La quotidianità cambiò anche per le donne che decisero di rimanere a fianco del duce, a difesa della Repubblica di Salò. Dopo l’8 settembre del 1943 si era formato nell’Italia del Nord un esercito femminile di volontarie (molti studi ne contano circa 6.000), che aveva scelto di battersi a fianco di Mussolini e dei tedeschi. Il mito del duce e della sua personalità, crollato dopo il 25 luglio, aveva continuato a sopravvivere nell’animo di queste donne che accettarono di condurre una vita quasi “maschile”, tanto da assumere le sembianze di veri e propri soldati. Erano donne animate da amor di patria, spirito di avventura, desiderio di scardinare un ruolo femminile predeterminato, ma anche tanta volontà di rivalsa nei confronti dell’universo maschile. Le ausiliare indossarono quindi la divisa per andare incontro a un destino duro: molte morirono, moltissime altre subirono sevizie materiali e morali da parte di soldati alleati e partigiani. Nonostante tutto, va riconosciuto che la Rsi aveva costituito per queste donne una grande occasione, come sostenne Edda Ciano Mussolini (una delle figlie di Benito Mussolini) durante un’intervista. “L’innocenza, vista la giovane età, era una garanzia di credibilità. Erano portate dall’onda della storia, si erano abbandonate al mare in tempesta della guerra civile. Il loro vissuto era più intenso di quello dei soldati. Portavano la stessa divisa, lo stesso grigioverde, erano pronte a dare la vita e molte la dettero. Ma percepivano la straordinaria sensazione d’entrare nella storia come donne”. Emblematiche anche le dichiarazioni che alcune donne fedeli alla RSI fecero: «Gli uomini scappavano; la monarchia sabauda con gli stati maggiori tradivano, una nazione veniva pugnalata alle spalle insieme all’alleato in guerra. Arrossimmo di rabbia e vergogna nel vedere gli uomini spogliarsi delle divise e fuggire a casa. Un richiamo echeggiava in Italia: abbiamo famiglia. Noi eravamo pronte a imbracciare i loro moschetti. La nostra libertà era realizzata nell’Italia fascista». E anche la stampa vide tutto sommato di buon grado l’arruolamento delle repubblichine, come si evince dall’articolo intitolato “Breve discorso alle donne d’Italia” pubblicato su “La Stampa” del 13 gennaio 1944, a firma del direttore Concetto Pettinato: “Un battaglione di donne: e perché no? Il governo americano si è impegnato a gettare le nostre figlie e le nostre sorelle alla sconcia foia dei suoi soldati d’ogni pelle. Ebbene, perché non mandarle loro incontro davvero, queste donne, ma inquadrate, incolonnate, con dei buoni caricatori alla cintola e un buon fucile a tracolla?”.

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Secondo il decreto firmato da Mussolini, i compiti delle ausiliarie (che dovevano essere donne italiane fra i 18 ed i 45 anni) erano modesti: pulitrici e cuciniere, dattilografe, infermiere, telefoniste. Nonostante ciò va sottolineato che la loro disciplina e il loro addestramento era comunque molto duro, severo soprattutto sul tema della moralità. Così la divisa grigioverde doveva essere “quattro centimetri sotto il ginocchio”, la giacca doveva avere il collo ad uomo, in testa dovevano portare un basco grigioverde con la fiamma e il cappotto di tipo militare. Le ausiliarie non potevano fumare, mettersi il rossetto sia quando erano in divisa sia quando non lo erano, e non potevano nemmeno indossare i pantaloni. Non era nemmeno previsto che le ausiliarie avessero le armi come le partigiane.

Sul fronte opposto, la vita cambiò anche per quel folto gruppo di donne, circa 35.000, che invece decise di intraprendere l’avventura della resistenza, combattendo a fianco dei partigiani. Come molti studiosi ammettono, la resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne. La loro funzione è stata meno appariscente di quella maschile, ma non meno essenziale. I loro compiti sono stati davvero molteplici. Alcune ragazze prese parte realmente agli scontri a fuoco e, in molti altri casi, resero servizi utili al conflitto: offrirono rifugio ai soldati, soccorsero ebrei in fuga così come gli altri alleati o i partigiani, fecero da staffette portando agli uomini messaggi o attrezzi importanti (in alcuni casi vennero utilizzate perfino per recapitare esplosivo), parteciparono ai primi grandi scioperi del Nord Italia nel 1943. Insomma, resero servizi fondamentali senza cui le bande partigiane non avrebbero potuto combattere. Le staffette in particolare costituirono un elemento fondamentale della complessa macchina dell’esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati da queste combattenti le direttive così come gli aiuti, gli ordini e le informazioni non sarebbero arrivati. Anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano comunque percorrere chilometri in bicicletta, in camion, a piedi, nascoste sui treni o carri per bestiame. Spesso dopo i combattimenti, se c’era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo e a curarlo così come dopo le battaglie erano queste donne a rimanere sul posto nel paese occupato per osservare il del nemico e dare informazioni ai partigiani. Durante le marce inoltre, la staffetta entrava per prima in paese per controllare se vi fossero forze nemiche e quante, e se ci fossero corridoi sicuri per passare insieme alle bande partigiane. Insomma, ruoli davvero duri che le donne partigiane svolsero con orgoglio e tenacia, spinte da un’irrefrenabile voglia di dare impulso ad una nuova stagione politica per il proprio Paese.

Al di là delle differenze tra partigiane e repubblichine, gli anni della seconda guerra mondiale costituirono un periodo buio, per tutte. 125.763 donne rimasero vedove. Un numero inestimabile perse i figli. Quello che è certo è che le donne partigiane, quelle fasciste e anche quelle rimaste neutrali, nelle loro dimore, ebbero la possibilità di spingersi in spazi che fino ad ora non erano stati consentiti, ribaltando in maniera chiara ed efficace i ruoli di genere. Le donne neutrali iniziarono a viaggiare in posti e in situazioni che fino ad ora non avevano nemmeno potuto immaginare, le donne fasciste marciarono in divisa portando perfino le armi, quelle partigiane presero parte alle battaglie combattendo in prima linea per difendere la Patria dai fascisti.

Nuovi ruoli erano finalmente all’orizzonte per le donne. E nel prossimo articolo, proprio a pochi passi dalla concessione del voto, vedremo come dagli orrori della guerra le donne poterono assaggiare alcuni agi dell’età consumistica.

Sara Venchiarutti – http://www.unaricettaperamica.it/

 

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