La temuta fase del “no” arriva immancabilmente e implacabilmente intorno al secondo-terzo anno del nostro bambino.
Ecco che con la sua dolce e timida vocina il nostro trottolino pronuncia, talvolta con espressione crucciata, un “no” schietto e deciso, sempre. Che pazienza!
Il suo “no” è un rifiuto a tutto – o quasi, salviamo dolci e cartoni – le richieste dei genitori sono disattese e le regole stabilite sono trasgredite.
Se contrariarlo, è certamente giusto è tuttavia anche molto rischioso, prepariamoci a scenate da tragedia, urla e pianti possibilmente nei luoghi e nei momenti meno opportuni. Il tutto mette a dura prova la nostra fermezza e la capacità di esercitare la funzione educativa.
Consoliamoci! La fase dei “no” rappresenta una tappa evolutiva fondamentale che porta alla costruzione di un’identità psicologica, del proprio “io”.
È quindi una fase “positiva” anche se ciò è spesso difficile da capire e accettare.
Il bambino inizia a percepirsi come un’entità unica, diversa da altri (soprattutto dalla mamma con la quale ha sviluppato una relazione di forte dipendenza fisica e psicologica e, quindi contro la quale, principalmente, indirizzerà la sua ribellione) con pensieri ed emozioni propri.
Quale modo migliore allora per consolidare la propria personalità se non quello di ribellarsi a tutto ciò che gli è richiesto attraverso un atteggiamento di rifiuto e provocazione.
Il bambino vuole dimostrare a se stesso che può essere autonomo. Spesso la sua contestazione può sembrare un capriccio ma in realtà vuole solo chiarire che è in grado di prendere le sue decisioni… che, il più delle volte non gli stanno neppure realmente a cuore! Spesso si arrabbia perché neppure lui sa ciò che desidera veramente ma ormai ha iniziato a contraddire.
Inoltre, il desiderio d’indipendenza del nostro pargoletto non solo potrà far perdere la pazienza a noi genitori ma anche al diretto interessato, quando si accorgerà che il voler “far da solo” non sempre porterà a risultati positivi.
Infine, la lotta tra il sì e il no potrebbe iniziare perché il bambino non è ancora in grado di esprimere adeguatamente i propri bisogni, non riesce a farceli comprendere e quindi si stizzisce perché non trova in noi un riscontro.
Quanto alla strategia da adottare per non perdere le staffe in questo particolare momento di crescita e per essere d’aiuto al nostro bambino, flessibilità e comprensione sono le parole chiave!
Occorre trovare un equilibrio tra le scelte educative del genitore e le esigenze di crescita del bambino.
Assecondatelo, se potete, se il suo desiderio non danneggia se stesso o altri. Mostratevi comprensivi. Toni di voce sgradevoli e alti non raggiungeranno lo scopo di calmarlo e vedersi ubbidire. Inutile ovviamente proseguire per mezz’ora in un “tira e molla” estenuante, ripetendogli la stessa regola nella speranza di prenderlo per sfinimento… crolleremo prima noi!
Tuttavia, nel caso esageri, mostratevi sicuri e determinati. Ha bisogno di essere contenuto, anche fisicamente, con un abbraccio, se oltre ad alzare la voce inizierà ad agitarsi anche corporalmente. Quando sembra in preda ad una crisi di nervi vera e propria, infatti, il bambino si spaventa della propria reazione e non è più in grado di controllarsi. La contestazione “sfugge di mano” e ha bisogno del nostro aiuto. Non reagite quindi arrabbiandovi.
Se decidete sia il caso di punirlo ricordatevi che la punizione non deve umiliare il bambino ma dare la possibilità di rimediare ai comportamenti scorretti.
Coerenza! Non preannunciate mai ciò che sapete di non poter mantenere!
Emanuela Beretta






