IN ITALIA LE DONNE CONQUISTANO LA POLITICA. MA LAVORANO (GRATIS) PER IL TRIPLO DELLE ORE
Quanto avete ancora intenzione di vivere? O meglio, rifacciamo. Secondo voi, quanto vivrete ancora? Venti, trenta, quaranta, cinquant’anni? Se la risposta è sì, mi spiace per voi (noi).
Già perché, passi che non vedremo il teletrasporto. Passi che non ci faremo un giretto su Marte con una navicella low cost. Passi anche che non vedremo gli uomini partorire. Ma che non riusciremo a vedere come si vive in un mondo completamente gender-friendly, quello un po’ ci rode.
Il Gender Gap Report, prezioso documento stilato ogni anno dal World Economic Forum (istituzione senza scopo di lucro basata a Ginevra) è uscito anche quest’anno, puntuale come un orologio svizzero. E con una chiarezza abbagliante ce lo dice a chiare lettere: bisognerà aspettare il 2095 per colmare completamente il divario fra uomini e donne nel mondo.
E nel frattempo? Nel frattempo, egoisticamente parlando, noi italiani ci crogioliamo nei piccoli (minuscoli) passi avanti fatti negli ultimi anni.
Nel Gender Gap Report di quest’anno saliamo infatti di due gradini, piazzandoci al 69° posto in una classifica composta da 142 Paesi, che tiene presente quattro fattori: partecipazione economica e opportunità, scolarizzazione, condizioni di salute e aspettativa di vita e, infine, carriera politica. Meglio di noi? Il podio va a Islanda, Finlandia e Norvegia. Seguono a ruota altri Paesi del Nord come Svezia e Danimarca. Ma non pensate che ad essere più equi ci siano solo i paesi del Nord Europa. Prima dell’Italia ecco anche le Filippine (9° posto), il Burundi (17° posto), l’Ecuador (21° posto), la Bielorussia (32° posto) e, ahimè, anche le solite Francia (16° posto) e Germania (12° posto).
Per chi vede il bicchiere sempre mezzo pieno, c’è da evidenziare che il Gender Gap Report 2014 ci vede in crescita: lo scorso anno nella classifica stilata dal World Economic Forum il Bel Paese si era fermato solo al 71° posto e se andiamo un po’ più indietro nel tempo, al 2006, eravamo bloccati alla 77esima posizione (anche se, a onor del vero, in quell’anno i paesi inclusi nella classifica erano solo 115). Quindi, nei nove anni di esistenza di questo indice, la nostra curva ha segnato un progresso.
I singoli ranking
In termini assoluti, certo, qualche passo avanti l’Italia l’ha fatto: se guardiamo i ranking dei singoli parametri utilizzati per stilare la classifica, negli ultimissimi anni siamo saliti su tutti i fronti ad eccezione della partecipazione economica e delle opportunità. Qui scivoliamo al 114° posto (ultimo in Europa), contro il 97° posto del 2013. Proprio in questo ambito il Bel Paese è 129esimo per l’uguaglianza salariale a parità di impiego: ciò significa che nella Penisola se un uomo e una donna fanno lo stesso lavoro, per il gentil sesso avere la stessa retribuzione è ancora un miraggio.
A crescere di più in questi anni è invece il parametro legato alla partecipazione politica: in questo caso guadagniamo il 37° posto, salendo di 7 punti rispetto al 2013 e di ben 34 posizioni rispetto al 2012. Il balzo in avanti è evidente, e non solo sull’indice: che in Italia oggi ci siano più donne in Parlamento e al governo è cosa ormai nota.
Se si considera il lungo periodo invece un grosso passo indietro, inaspettato, lo registriamo nella parità dell’istruzione: l’Italia si piazza al 62° posto. Meglio del 2013, certo, quando eravamo in 65esima posizione ma assolutamente una discesa libera se si guarda al dato del 2006. In quell’anno eravamo al 27° posto. A penalizzare il ranking sembra essere il calo nelle iscrizioni di bambine alla scuola primaria, mentre per la secondaria e l’università, l’Italia si conferma al primo posto, al pari di altri Paesi.
Ad essere migliorata invece è la parità di genere in termini di salute e durata della vita: l’Italia sale dal 95° posto del 2010 (il peggiore risultato dei 9 anni registrati dall’indice) al 75° posto del 2011 fino ad arrivare al 70° del 2014.
Dati curiosi
Da questo studio (scaricabile gratuitamente e integralmente dal sito del World Economic Forum) si evincono anche dei dati particolarmente interessanti.
• Il livello di disoccupazione maschile e femminile in Italia? 9,9% il primo, 11.9 % il secondo: ancora una volta sono le donne ad essere più colpite dalla crisi occupazionale.
• Gli internauti sono più donne o uomini? Uomini: 61% loro e 51% noi.
• E gli studenti che hanno ottenuto il phd (ovvero gli studenti che hanno continuato gli studi dopo la laurea specialistica)? Più donne: 53% contro il 47% degli uomini.
• Capitolo Maternità. Spulciando i risultati sintetizzati per ciascuno dei 142 Paesi presi in considerazione dall’indice, c’è un dato evidente. In Italia le madri sono fortemente protette: siamo uno dei Paesi con il numero più alto di giorni che devono essere concessi obbligatoriamente alle future mamme: 150 giorni di congedo contro i 90 di Islanda, 126 della Danimarca e 147 della Finlandia. Anche come copertura economica non siamo messe male: le donne italiane in maternità percepiscono l’80% dello stipendio, contro il 51% della Finlandia e il 50% della Danimarca. Ma. C’è un ma, come sempre. A fronte di queste tutele, soprattutto dei 150 giorni di congedo, sapete quanti sono i giorni che può prendere un papà alla nascita del figlio? 1. E negli altri Stati? In Islanda un papà può averne 90, in Finlandia 24 e in Danimarca 14. Al di là delle scelte di ciascuna famiglia, emerge prepotentemente una consapevolezza: che in Italia la questione genitorialità è ancora considerato affare strettamente femminile.
• Un dato che farà infuriare molte donne. Sapete quanti minuti dedicano al lavoro non retribuito gli uomini ogni giorno? 104. E le donne? Il triplo: 315. Una delle disparità più evidenti in tutta la classifica. Volete qualche termine di paragone? Ecco a voi: in Francia gli uomini si danno da fare in mansioni non stipendiate per 143 minuti contro i 233 delle donne, in Germania 164 minuti contro i 269 femminili e dulcis in fundo in Finlandia, le signore si dedicano per 232 minuti ad attività non retribuite mentre i loro signori “solo” 159 minuti.
Anche in questo dunque, sono meglio gli altri. Ed è difficile dire alle donne italiane di godere dei risultati positivi ottenuti in questi nove anni di esistenza del Gender Gap report. Andatelo voi a dire alle donne di esultare perché, finalmente, in Parlamento ci sono molte più politiche in gonnella e nei ministeri anche. Però poi, assicuratevi che non leggano i giornali: c’è il rischio che le vedano sbattute in prima pagina, con tanto di reportage fotografico, colpevoli di aver leccato un cono gelato.
Sara Venchiarutti







