Permettiamo ai bambini di essere liberi di essere

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Oggi tutti contro Susanna Tamaro. Ho riletto più volte l’articolo che ha scritto ieri per il «Corriere della Sera» (lo trovate QUI), perché di fronte a tanta indignazione, ho pensato che io, evidentemente, lo avessi interpretato male, giudicandolo proprio un bel pezzo.
La Tamaro ha posto solo una domanda, a mio parere sensata, all’inizio del suo articolo, a cui sono seguite poi le sue considerazioni, che tra l’altro condivido in gran parte.
Che il tabù delle professioni maschili sia caduto da un pezzo è vero e non dite il contrario: ci sono donne medici, ingegneri, avvocati o avvocatesse (come preferite), manager, poliziotte, pompieri… Qualche astronauta, certo. Anche. Se mai, il punto, è fare in modo che i loro ruoli (e, perché no, anche gli stipendi), vengano equiparati realmente a quelli degli uomini ma questo è un altro discorso…
“Perché non trovo nulla di male in quello cha ha scritto? Sono ‘sbagliata’ per pensarla diversamente dalla maggior parte delle altre persone?”, continuavo a ripetermi questa mattina, leggendo i post e gli status di gente che, oggi, ha di cosa parlare sui Social Network, tra un link e l’altro.
Mi pare, in effetti, che abbia parlato, meglio di molti altri, di libertà, di quella che ogni essere umano dovrebbe avere: la libertà di poter essere se stesso, indipendentemente dalle ‘linee guida’, culturali, ideologiche, politiche e istituzionali che la società impone. Lei stessa si autodefinisce “una natura libera e il venire imprigionata in qualsiasi definizione mi rende insofferente”. Qual è il problema?
Secondo voi è sufficiente che un bambino di tre anni si scambi i vestiti con la sua amica perché, un domani, diventi un uomo rispettoso verso l’altro sesso? Fa niente se poi magari a casa vede il padre spaparanzato sul divano che si guarda la partita in tv mentre la madre, dopo avere riordinato la cucina, è ancora lì a stirargli le mutande… Sarà col progetto “il gioco al rispetto” che diverrà un adulto rispettoso, quindi? Speriamo.
E poi, se un bambino, per natura o per carattere, non ne avesse voglia, di giocare a questo gioco? Io stessa, da piccola (ma anche adesso), ho sempre odiato travestirmi da qualcuno o qualcosa che non fossi stata io, addirittura a Carnevale. È tanto grave?
Permettiamo, almeno ai bambini, di essere “liberi di essere”. E di scoprirsi. Solo così, assaporando la bellezza di potere esprimersi liberamente, potranno rispettare veramente, un domani, l’altro da sé. Non imbrigliamoli, comunque, in stereotipi ridicoli prodotti da una società che non sa fare altro che giudicare comportamenti, usi e costumi limitandoli al solito concetto di giusto e sbagliato. Ma giusto e sbagliato per chi?
Magari, il gioco del rispetto, imponiamolo ai genitori, facciamolo noi questo gioco. Perché sì, noi ne avremmo tanto bisogno. Secondo me.
Antonella Pfeiffer

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