La Tavola di smeraldo

Da oggi Donne Magazine pubblica, a puntate, “La tavola di smeraldo” di Sergio Marchi, nostro collaboratore e scrittore di letteratura per ragazzi. Già pubblicato in Grecia e in e.BooK in USA, in Italia i diritti sono dello stesso autore che ha scelto Donne Magazine per raccontarvi questa storia. Grazie Sergio. Iniziamo con una breve sinossi e il primo capitolo…

Sergio Marchi

LA TAVOLA DI SMERALDO

Finalista al premio “Selezione Bancarellino”

Pubblicato in Grecia da KEDROS Edition – Atene

e.Book USA Amazon.com Kindle

(The Emerald table)

 

Sinossi: 1° volume trilogia

Ambientato nel 1568, narra di un umile giovane di nome Bernardo che – ponendo a rischio la propria vita – riporta alla luce un oggetto misterioso, forgiato più di tremila anni prima da Ermete Trismegisto, padre di tutti gli alchimisti, capace di trasformare l’energia negativa in positiva e regalare l’immortalità. Questo oggetto, per l’appunto la Tavola di smeraldo, giaceva avvolto dalle tenebre nelle segrete del castello di Peschiera Borromeo, alle porte di Milano.

I fatti da cui si diparte la narrazione hanno precisi riferimenti storici, a partire dalla stessa Tavola che deriverebbe dalla famosa Clavicula Salomonis, il testo di Re Salomone che in essa riversò tutto il suo sapere, salvo poi farla sparire per evitare che cadesse in mani malvagie, sino al ritrovamento da parte di Ermete Trismegisto.

 

 

Copyright ©2002 by Sergio Marchi

 

 

Sergio Marchi

La Tavola di Smeraldo

1

Prima parte

 

Il sole non era ancora sorto ma la flebile luce proveniente da est, che precede di poco ogni aurora, era sufficiente a rendere visibili i contorni di quella parte di campagna lombarda bagnata dal Lambro, non molto distante da Milano.

Celato da un buio quasi totale di una notte senza luna, stava per nascere il giorno 23 ottobre dell’anno 1568.

Avvolto da una densa coltre2 di nebbia, che aleggiava sul terreno paludoso come un fantasma sopra il proprio sepolcro, il paesaggio aveva un qualcosa di spettrale; a parte gli uccelli, solo le cime degli alberi più alti, ingialliti per l’avanzare dell’autunno, riuscivano a sovrastare quell’immensa nuvola apparentemente fuori posto e a guardare il cielo ancora punteggiato

di stelle.

Ad un tratto, destati dall’ululato di un lupo in lontananza, due corvi imperiali presero pigramente il volo sbattendo rumorosamente le ali e alcuni barbagianni accompagnati dai loro lugubri lamenti, stanchi di cacciare, si intrufolarono in una casupola alquanto mal ridotta, seguiti a ruota da un ragazzo. Smunto e sui sedici anni, con abiti umili e consunti, si avvicinò con fare prudente a quella catapecchia che sembrava disabitata.

Dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse spiando, bussò alla porta per tre volte: una serie di due colpi, una di tre e un’ultima di quattro, ad intervalli regolari. La risposta non si fece attendere: una figura avvolta da un mantello si affrettò ad aprirgli, accertandosi a sua volta che nessuno

lo avesse seguito.

Nello stesso istante un raggio di sole, sbucato all’improvviso, trafisse la nebbia e sconfisse definitivamente l’oscurità, facendo mutare aspetto ad ogni cosa come per incanto.

Ma la casupola, per gli occhi indiscreti, era già tornata ad essere disabitata.

– Entra Bernardo e spranga bene l’uscio – disse l’uomo che lo accolse, in attesa di una spiegazione per quella visita così mattiniera.

Poi, visto che il ragazzo non apriva bocca, sbottò dicendo: – Orsù parla, non indugiare come tuo solito. –

– Maestro, lasciatemi scaldare prima. Fuori la brutta stagione inizia a farsi sentire e sono tutto intirizzito. E poi mi fanno male i piedi. Ho camminato più di un’ora. –

– Se non ti garbava potevi non venire. –

– E invece mi garbava eccome, Maestro. –

Colui che il ragazzo chiamava Maestro, era un anziano alchimista con la schiena un po’ curva e una folta capigliatura color argento. Nel sotterraneo di quella vecchia dimora, dove viveva appartato dal resto del mondo ormai da molto tempo, aveva impiantato un laboratorio per i suoi esperimenti,

attrezzato di tutto punto: pentolini, vasi, alambicchi4 e strane macchine

inventate da lui stesso che borbottavano giorno e notte scoppiettando e sbuffando sinistre nuvole di fumo.

Aveva ottantanove anni ma sgambettava come un ragazzino.

 

– Bernardo, quando io avevo la tua età potevo correre nudo sulla neve senza sentire freddo o male alcuno alle estremità – lo schernì l’arzillo vecchietto, ripensando divertito a quel gioco, ormai ridotto ad un ricordo sbiadito.

– Erano altri tempi, Maestro. –

– No, erano altri giovani. Oggi siete tutti delle femminucce. E adesso, una volta per tutte, mi vuoi dire cosa ti ha portato qui a quest’ora? – continuò con una nocetta un po’ stridula.

– Una cosa grave – rispose Bernardo con aria spaventata. – Ieri, nella chiesetta di Linate, è giunto l’Arcivescovo Borromeo.

Così, all’improvviso, senza che nessuno lo aspettasse, ed ha voluto perquisire la stanza del cappellano, mio zio, come voi ben

sapete. E non era solo: con lui c’era un… non rammento come lo ha chiamato, un uomo di legge credo, che scriveva, scriveva…

non so che cosa. –

– Un notaio forse? – suggerì l’uomo, come intuendo qualcosa.

– Un notaio, sì. Così lo ha chiamato quel prete – confermò deciso.

– E cosa hanno trovato, di grazia? – volle sapere il Maestro.

– Cose strane che io non avevo mai visto.

Erano chiuse in un baule. Cose che non dovrebbero aver nulla a che fare con un cappellano, ha detto il notaio. Cose che puzzano di incantesimo, ha aggiunto l’Arcivescovo. Io mi trovavo lì per caso e hanno fatto

un sacco di domande anche a me. –

– E tu cosa hai risposto? – s’informò tranquillo l’alchimista.

– La verità, signore! Che non so nulla! Ma così avrei detto anche se non fosse stato vero. So bene come possono andare a finire certe cose. Ho ancora nel naso il puzzo di carne bruciata dell’ultima strega che si è fatta acchiappare, giorni or sono e… messa al rogo. Mi pare ancora di sentire

le sua urla strazianti e ricordo il bagliore del fuoco che illuminava la notte –

raccontò il giovane, visibilmente turbato

da quel fatto. – E perché sei corso qui? –

– Non lo so, signore, ma ho sentito il bisogno di venirvelo a raccontare. –

– E forse hai fatto bene. –

Poi, dopo un attimo in cui parve riflettere, l’agile vecchietto riprese dicendo:

– Così il nostro Carlo Borromeo non ha ancora perso il vizio di correr dietro a streghe e a maghi, a quanto pare. Anche adesso che, con la carica che ricopre, dovrebbe avere cose più importanti da fare. A meno che questa non sia faccenda più grave di quanto sembri e richieda proprio la sua presenza. Mi piacerebbe venire a cono scienza di chi è stato a raccontare chissà

cosa al Borromeo per spingerlo a fare codesta improvvisata. Non lo trovo da lui scomodarsi solo per qualche formula magica pronunciata nella chiesetta di un paesino sperduto nelle paludi. Non vorrei che il cappellano volesse invece parlare all’Arcivescovo di qualcosa in gran segreto e abbia scelto questo stratagemma per confondere le idee alle comari5 che prediligono gli affari altrui. Tuo zio forse sa cose che non dovrebbe sapere – continuò, passeggiando in tondo nella stanza con le mani dietro la schiena e sempre seguito dallo sguardo attento del suo allievo sorpreso per quella frase. – Gli oggetti che tu hai detto nascosti in quel baule potrebbero essere stati messi lì a bella posta per rendere più veritiera la commedia. Sì, più ci penso e più me ne convinco: il motivo vero deve essere tutt’altro. –

– Che altro motivo può mai esserci? Mi state facendo girare il capo, con tutti i vostri ragionamenti. Cosa mi volete dare ad intendere? – lo esortò a spiegarsi il ragazzo.

– Che potrebbe averlo chiamato tuo zio, l’Arcivescovo, per farlo indagare su di me – spiegò l’anziano provocando ancora più confusione nella testa del ragazzo. – Gli hai mai parlato di noi due? –

– No, dovete credermi. E non ho mai neppure

pronunciato la parola “alchimia”. –

– Eppure… in qualche modo deve averci scoperto, forse un giorno ti ha seguito fin qua senza che tu te ne accorgessi. –

– Non è possibile, sono sempre stato molto attento. –

– Non si può dire con sicurezza, in fondo sono due anni che ci si vede quasi tutti i giorni. Comunque è inutile elucubrarci sopra adesso. Se la frittata è stata fatta, poco importa di sapere come sono cadute le uova: il fatto è che si son rotte. Ora non ci resta che far le cose di fretta, altrimenti tutto il nostro lavoro rischia di andare in fumo. –

– Ma perché tutti questi segreti, che c’è di male nell’apprender l’alchimia?–

– Se non avessi in testa quel che ho in testa io, nulla ragazzo. –

Bernardo lo guardò sempre più perplesso e poi, quasi temendo per la risposta che avrebbe potuto udire, provò a chiedere: – Maestro, io so di non essere molto intelligente, almeno credo, ma oggi non capisco proprio niente: c’è forse qualcosa che… mi avete tenuto nascosto? –.

– Temo di sì, Bernardo, ma è stato per il tuo bene. Adesso però non ho più scelta: è arrivato il momento che tu sappia ogni cosa, allorché ho intenzione di mettere le sorti del mondo… nelle tue mani.

Avrei voluto prepararti ancora un po’ ma… – continuò prima che il ragazzo potesse protestare – se ciò che temo risultasse verità, di tempo non ne rimarrebbe molto.

E non temere per le sorti di tuo zio, vedrai che non gli capiterà nulla di male, anzi non gli capiterà proprio niente; se ho ragione tutto cadrà nel dimenticatoio… almeno per lui. –

Il giovane a quel punto iniziò a temere che quel povero vecchio fosse del tutto uscito di senno a causa dell’età.

– So bene a cosa stai pensando, ti si legge negli occhi. Ma ti sbagli, ragazzo mio – lo redarguì il suo interlocutore con voce ferma e l’indice della mano destra alzato.

– Il mio cervello non ha mai funzionato meglio. A proposito di cervelli, un po’ più di fiducia in te stesso, ragazzo! Tu sei molto intelligente e la tua modestia ne è la prova. –

 

 

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