La Tavola di smeraldo – 9° capitolo

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9

 

 

Massalia attese che la pioggia diminuisse d’intensità prima di riprendere il suo cammino verso Linate, dove arrivò quando ormai il giorno era definitivamente volto al termine.

Senza neppure la debole luce degli astri, trattenuta dalla spessa coltre di nubi che ancora copriva il cielo, il buio era praticamente totale e celava ogni cosa, soprattutto buche e sassi. Sprovvisto di lanterna, il prete procedeva lento e guardingo e la piccola casa verso la quale si stava dirigendo

sarebbe sfuggita alla sua vista se non fosse stato per una finestrella illuminata dal fuoco di un camino.

Giunto alla porta, bussò un paio di volte e attese pazientemente. Berenice, intenta a mangiare un pezzo di pane secco, sbuffando si alzò a fatica da una sgangherata e cigolante sedia a dondolo. Poi, zoppicando e senza alcuna fretta, si avviò verso l’entrata.

– Chi è la fuori? – gracchiò la donna prima di aprire.

– Un amico – rispose semplicemente la voce all’esterno, sapendo che alla fattucchiera sarebbe bastato.

Tolti due grossi catenacci, Berenice aprì e fece entrare il visitatore che, senza dire una parola, bagnato e intirizzito si diresse con passo veloce verso il fuoco.

Il calore che ad un tratto lo investì gli diede un gran sollievo, ma non bastò a farlo stare meglio: Massalia continuava a

sentirsi a disagio.

Gigantesche ombre, proiettate dalle fiamme, danzavano sulle pareti come anime indemoniate, creando un’atmosfera inquietante. Per un attimo fu assalito dall’impulso di scappare e solo con molta fatica riuscì a reprimerlo.

Faceva molto caldo nel punto dove si trovava, eppure continuava ad avere i brividi e l’effetto “pelle d’oca” non voleva abbandonarlo.

La strega, con la testa reclinata sulla spalla destra e lo sguardo un po’ ebete, lo stava fissando in silenzio, divertita da quel palese nervosismo. Poi, con la chiara intenzione di spingere nel baratro un uomo già sull’orlo del precipizio, lo fece sobbalzare strillando: – Avete bisogno di un’altra

pozione? Dovete proprio essere nei guai se vi siete degnato di venire voi da me –.

– Ma voi… no, purtroppo credo che questa volta non basti una pozione – rispose l’uomo voltandosi di scatto e trattenendosi

a fatica dal mandarla al diavolo per lo spavento preso. – L’Arcivescovo mi ha messo in trappola e non riesco a trovare

una via d’uscita. Da ore sto cercando una soluzione, ma inutilmente. – Massalia, così, raccontò brevemente ciò che era accaduto quel giorno e al termine esclamò: – Capite, adesso?! Che posso fare? –.

– Nulla. Voi meno fate e meglio è. Non c’è che dire, la stupidità sembra non avere limiti con voi – commentò per tutta risposta

Berenice. – Non è stato il Borromeo a mettervi in trappola: vi ci siete buttato voi a capofitto. Siete soltanto uno… –

– Non son venuto qui per sentir prediche; quelle lasciatele fare a me – la interruppe in malo modo.

– Ah, certo! Quando si tratta di far sermoni agli altri siete bravissimo. Ma poi razzolate in tutt’altro modo. –

– Io son venuto perché ho bisogno d’aiuto, non di sarcasmo – continuò adirato il cappellano, che nonostante tutto tirò fuori da una tasca un sacchetto colmo di ducati d’oro che lanciò sopra un tavolaccio zoppo come la sua proprietaria.

Il volto di Berenice mutò espressione come per magia: le labbra si distesero da un orecchio all’altro e la fiamma del

camino si riflesse sopra due grossi denti gialli.

– Come potete vedere, non pretendo niente per niente specificò Massalia.

La donna afferrò il fagotto con lo scatto di un felino e, scuotendolo, fece tintinnare soddisfatta il contenuto: – In questo caso… vedrò cosa posso fare – sibilò come un serpente.

– Non ne dubitavo, ma cercate di vederlo in fretta perché devo uscire da questo pasticcio entro domani pomeriggio – concluse il cappellano dirigendosi verso la soglia, ansioso di scappare da quell’antro.

– Un momento… – lo trattenne ancora la fattucchiera – dove si trova adesso vostro nipote? –

– Da quell’alchimista rinsecchito, presumo. In che altro posto potrebbe essere, altrimenti? In canonica di certo non è tornato. Ha troppa paura – rispose Massalia senza neppure voltarsi. Detto questo, riprese a camminare lasciandosi ingoiare dal buio della notte.

 

 

– Maestro, per quanto tempo farà effetto la pozione? – chiese eccitato Bernardo prima di sbadigliare rumorosamente in faccia al suo interlocutore che, da più di un’ora, stava rispondendo pazientemente ad una raffica di domande.

– Quanto basta, ragazzo. Il tempo necessario per portare a termine la nostra missione. –

– E poi? – continuò il giovane.

– E poi avrai dalla tua parte qualcosa di ancora più potente, non dimenticarlo. –

– E se… – provò a chiedere ancora Bernardo, che questa volta venne interrotto in modo aspro dal Maestro che, esasperato,

lo zittì dicendo: – E se… e se. E se provassi a tenere chiusa quella bocca e cercassi di dormire? Con quella pozione devi vincere altre cose, non il sonno. Non occorre allenarsi, fidati. Buona notte! –.

– Notte… signore. –

Il ragazzo, finalmente, su di un semplice ed improvvisato giaciglio di paglia, chiuse gli occhi e si addormentò.

 

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