Sguardo magnetico, vestiti scuri, marcato accento toscano: Laura Morante, una dei volti femminili più amati del cinema italiano, ha fatto da Presidente di giuria per la sedicesima edizione del “Festival Internazionale del Cortometraggio – Cortolovere” che si è concluso lo scorso 28 Settembre a Lovere, nel bergamasco.
Nata a Grosseto, classe 1956, la Morante ha esordito nel mondo della danza per poi passare, giovanissima, al teatro e al cinema. Nel corso della sua carriera, vissuta tra Italia e Francia (dove si è stabilita per dieci anni in occasione del suo primo matrimonio) l’attrice toscana ha lavorato con i più grandi attori e registi di tutto il mondo: fra gli altri, Mariangela Melato e Ugo Tognazzi, Javier Bardem e John Malkovich, diretta da nomi come Giuseppe Bertolucci, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Pupi Avati.
Durante la conferenza stampa di Cortolovere, la Morante ha parlato di cinema ma anche di donne. E, quando parla di donne, l’attrice toscana è un fiume in piena.
Laura, cosa pensa del cinema italiano di oggi e della sua creatività?
Purtroppo la scrittura cinematografica è un settore in declino. Non è scomparsa improvvisamente la creatività o il talento degli sceneggiatori ma ci sono troppi interlocutori e troppi fattori, soprattutto economici, che condizionano la produzione. Insomma, sono finiti i tempi in cui i produttori investivano a cuor sereno in una pellicola. È capitato più volte anche a me di avere scritto una buona sceneggiatura e di metterci una vita a trovare un produttore. Basti pensare a Ciliegine, siamo dovuti andare in Francia perché in Italia non c’era nessuno disposto ad investire per produrlo.
A proposito di Ciliegine, il suo primo film da regista, come si è trovata dall’altra parte della macchina da presa?
Mi sono divertita a dirigere un gruppo di attori molto bravi. Confesso che inizialmente non dovevo essere io la regista. Insomma, io e Daniele Costantini (sceneggiatore e suo primo marito ndr) non l’avevamo immaginato. È stato il produttore francese che ha insistito in questo senso. Ciliegine è una pellicola leggera, una parodia affettuosa della commedia sentimentale.
E di qualche celebre regista con cui ha lavorato ci dice qualcosa?
Bè posso dirvi che Nanni Moretti è un uomo molto ostinato. È capitato, per un film, che dovesse letteralmente combattere con un produttore che proprio non mi voleva. E ce l’ha fatta. Ecco, Nanni è l’esempio dei registi di talento che sanno quando devono resistere alle pressioni esterne, ai condizionamenti.
C’è qualche personaggio, fra i tanti che lei ha interpretato, che le è particolarmente rimasto nel cuore?
Non mi affeziono affatto ai personaggi. Mi affeziono ai film, a quelli sì. Non credo che un bravo attore debba immedesimarsi troppo nelle figure che interpreta. La recitazione non è imitazione o immedesimazione totale. Non sono una di quelle attrici che crede che, per ottenere una buona performance, debba fondersi con il personaggio e sentire le sue emozioni, magari versando le sue lacrime. Assolutamente no. Bisogna semplicemente recitare. Recitazione e imitazione non sono la stessa cosa.
Su Internet si trovano produzioni cinematografiche studiate appositamente per il web. Lei che ne pensa?
Purtroppo non ho conoscenza della produzione cinematografica sul web perché, di computer, non ci capisco nulla. Mi affascina moltissimo, vedo i miei figli che vivono attaccati al pc e snobbano completamente la televisione. Hanno provato, in diverse occasioni, a spiegarmi i rudimenti ma me li dimentico subito. È proprio inutile. È già tanto che riesca a scrivere un sms.
Parliamo di donne. Cosa pensa, specialmente in questi mesi, quando sente o legge di donne ammazzate o vittime di violenze?
Credo fortemente che in Italia ci sia bisogno di insegnare il rispetto delle donne, già a scuola. Non è una cosa che viene così, dal nulla. È una consapevolezza che va insegnata, giorno dopo giorno, in qualunque sede. Specialmente nei luoghi dove le coscienze si formano. Dietro la violenza c’è infatti, secondo me, un problema di ordine culturale.
Sembra che parli di un fenomeno simile al razzismo.
Assolutamente sì. La misoginia, in fin dei conti, è come il razzismo. Facciamo tanto quelli emancipati, nessuno di noi dichiarerebbe apertamente di essere razzista ma poi, anche da atteggiamenti banali, si intuisce in maniera evidente che abbiamo dei pregiudizi. Alcuni italiani sono davvero portatori di misoginia, senza che se ne rendano conto. È una malattia di cui spesso non si è coscienti.
La televisione e i media hanno un ruolo, secondo lei, in tutto questo?
Guardi le rispondo confessandole che una volta, rientrando in Italia dalla Francia, ho acceso la televisione e mi è sembrato di vivere un’esperienza da marziana. Mi sentivo davvero su un pianeta mostruoso. A sconvolgermi sono state queste donnine terribilmente mortificate da programmi che le rendevano insulse. La televisione ha davvero contribuito a veicolare un’immagine terribile della donna ed è chiaro che almeno negli ultimi venti o venticinque anni la figura femminile è stata violentemente calpestata. Anzi, la dignità della donna è stata atrocemente violata.
E vede qualche via d’uscita nell’immediato?
Sì. E lo dico decisa, da tempo. Ci vorrebbe una nuova ondata di femminismo. Ci siamo dimenticate delle conquiste che le donne degli anni ‘50 e ‘60 hanno fatto, con estrema fatica.
Alle donne, quindi, cosa vorrebbe dire?
Combattete. Tornate al fronte. Altrimenti, non ne usciamo.
Sara Venchiarutti







[…] a Laura sul blog Donne Magazine (in occasione di CortoLovere), pubblicata il 30 settembre […]