A vederla così, sguardo gentile, figura esile, viene da chiederselo. E da chiederglielo. Paola Cortellesi è stata una delle prime ospiti della tre giorni “Il tempo delle donne” promossa lo scorso weekend alla Triennale di Milano dal Corriere della Sera. Una rassegna dedicata all’universo femminile e a quello maschile con l’obiettivo di discutere, riflettere e promuovere un cambiamento sempre più partecipato a favore della parità di genere.
La prima domanda, per lei, non poteva che essere: da dove viene tutta questa voglia di fare comicità? “Per raccontare le vicende più brutte che succedono nel mondo e nella vita di tutti i giorni, dalla buccia di banana all’evento più grave, preferisco usare l’ironia, la comicità. È una sorta di barchetta immaginaria che uso per traghettare il racconto. Un modo per rendere interessanti temi altrimenti indigesti”.
E quando dici Paola Cortellesi pensi subito a un accento romano spinto, a un sorriso che nasce per ridere e far ridere, a quel volto del cinema e della televisione italiana che non fatichi a pensare intento a far la spesa o imbranata mentre tenta di parcheggiare a “esse”.
Sì perché, nonostante film o spettacoli di successo oltre che la conduzione di popolarissimi programmi televisivi, la Cortellesi è una che la testa proprio non se l’è montata: “Ma quando mai. Mi ricordo come fosse ieri di quando facevo Biancaneve. Sì, sì Biancaneve. Per pagarmi la Scuola di Teatro, dopo che ho mollato l’Università, lavoravo al Castello di Branciano. Lavoravo è una parola grossa. Comunque, me ne stavo stesa per ore vestita da Biancaneve, anche in pieno inverno, e subivo i baci (e i virus) di centinaia di bimbi che attendevano ansiosi il mio risveglio. Quante bronchiti che mi sono presa”.
Dalla Disney ai Piano bar, l’attrice romana confessa che a darle forza sono state le famose “porte in faccia”: “Mi fanno ridere quelli che, scartati ai provini, si sentono dei falliti. Ma allora saremmo tutti dei frustrati. Mi ricordo certe sere mentre suonavo nei locali e di fronte a me c’era il deserto assoluto. Mi sentivo come la protagonista incompresa di un bellissimo film degli anni ‘80, “Bolle di Sapone”. Io cantavo e non c’era anima viva ad ascoltarmi. Ma va bene così. L’attenzione del pubblico un artista se la deve guadagnare”.
Il prossimo novembre l’ex conduttrice di Zelig tornerà sul grande schermo con il film “Scusate se esisto!”. La pellicola porta la firma di Riccardo Milani, marito di Paola, che per l’occasione si cala nei panni di un’architetta tornata in Italia dopo anni di lavoro all’estero. A causa di un equivoco legato al suo nome (la protagonista si chiama Serena Bruno) e di qualche pregiudizio di genere dal sapore tipicamente italiano, l’architetto si trova di fronte ad una scelta folle: farsi passare per quello che tutti si aspettano che lei sia, ovvero un uomo. “È naturalmente una commedia degli equivoci in cui ancora una volta l’ironia è la chiave di lettura fondamentale. Ma abbiamo voluto intrecciare temi diversi, di una contemporaneità micidiale: amore puro, quello vero però, il fenomeno della fuga dei cervelli ma anche quello della disparità tra uomini e donne. Peraltro nel film il mio personaggio lavora ad un progetto molto importante che effettivamente esiste e che verrà svelato nei suoi dettagli solo a fine novembre: posso solo dire che si tratta di un progetto di riqualificazione per un’area periferica di Roma. E fatemi dire che accanto a me ci sarà un Raoul Bova straordinario”.
E se a parlare di Raoul Bova alla Cortellesi luccicano gli occhi, lo sguardo si illumina anche quando si parla del suo grande amore, forse il primo: il teatro. “Ma quanto mi piacerebbe che il teatro tornasse ad essere una materia scolastica. Perché non rendiamo obbligatorio lo studio dell’arte teatrale a scuola? E che c’azzecca che non tutti vogliono fare gli artisti? Tanti mi rispondono così ma è perché non hanno mai provato. Il teatro aiuterebbe la crescita di tutti i ragazzi, al di là delle loro aspirazioni professionali. Aiuta a comunicare, a prendere consapevolezza del proprio corpo, a convivere con i propri difetti. Io da ragazzina mi vergognavo da morire: ero altissima e proprio non mi sentivo a mio agio. Ma calcare un palcoscenico mi ha aiutato molto: te ne stai lì davanti a centinaia di persone e, per riuscire a farti vedere anche dagli ultimi spettatori in fondo, ti devi far notare usando tutto il tuo corpo. Se ci sono riuscita io che mi vergognavo di essere una spilungona secca…”.
E nonostante nei suoi film non dimentichi mai di tirare in giro il suo Paese, la Cortellesi si dimostra, un po’ come tutti gli italiani, la prima tifosa dell’Italia: “Io ci penso. E se mia figlia quando crescerà vorrà andare all’estero? Sono migliaia i giovani che partono per trovare lavoro in un altro Paese. E li capisco, fanno bene. Però a mia figlia una cosa la direi. Fai tante cose, vai, impara, guarda il mondo. Ma sei in gamba davvero, prima o poi, torna”.
Sara Venchiarutti





