Quando ti viene ad aprire la porta, ha ancora le lacrime agli occhi. “Scusami, da quando siamo tornati non faccio che piangere. É dura tornare alla vita di sempre come se non avessimo visto nulla”.
La vita di sempre è quella di una mamma, quella di una moglie, quella di una responsabile di un piccolo albergo. Quello che ha visto è invece la desolazione, l’angoscia, l’inferno, la vita senza una prospettiva.
Mirta Neretti e suo marito Stefano Perini, qualche giorno fa, sono riusciti ad entrare in Siria. Nelle borse che hanno trascinato su due aerei, su una macchina e poi, per 700 metri, sulle loro spalle, contenevano una cosa sola: 112 chili di aiuti umanitari.
Mirta e Stefano sono fra i soci fondatori di una piccola onlus, We Are onlus, che da qualche anno opera per raccogliere e consegnare beni di prima necessità alle popolazioni siriane devastate dalla guerra. La loro vita numero due, quella che si ritagliano dopo il lavoro “tradizionale”, è fatta di appelli, raccolte fondi, donazioni, spedizioni e di contatti quotidiani con i referenti siriani per verificare che i loro aiuti, il frutto dei loro sforzi, siano arrivati a destinazione. Dall’anno scorso la raccolta fondi lanciata da We Are ha anche permesso la costruzione di una sala parto nella cittadina di Azaz, nel Nord della Siria: lì lavorano tre ostetriche, due infermiere e due inservienti siriane, stipendiate grazie ai fondi raccolti dalla piccola onlus. E, solo qualche giorno fa, Mirta e Stefano hanno voluto entrare in Siria per portare i loro aiuti di persona.
Dove siete stati durante la vostra missione?
Siamo atterrati in Turchia, con un volo Milano Instabul, e poi ci siamo avvicinati al confine con la Siria con un volo interno. Da lì un’altra ora di macchina per oltrepassare Kilis, che è l’ultima città turca che si incontra prima varcare il suolo siriano. Superato il confine, abbiamo raggiunto il campo profughi di Bab Al Salam. Ma non è l’unico campo dove siamo stati. Siamo andati a portare gli aiuti anche ad un altro campo profughi, il palestinian camp, questa volta in territorio turco.
Saremmo dovuti spingerci più a sud della Siria, ad Azaz, per vedere la nostra sala parto. Ma le nostre guide ci hanno informato che c’erano appena stati episodi di guerriglia fra i ribelli e gli uomini di Assad. Troppo pericoloso.
Quando dici campo profughi vengono in mente le immagini di campi attrezzati con tende e personale diplomatico che registra gli sfollati… Corrisponde?
Per nulla. Il campo siriano di Bab Al Salam ospita 5.000 profughi: è un vero inferno costruito sul fango, una tendopoli senza latrine, con rigagnoli di fogne in cui i bambini giocano, spesso senza nemmeno avere scarpe. Mi ricordo che, quando siamo entrati, erano appena nati due gemelli. Lì sono quasi tutti siriani scappati dalla zona di Aleppo. Non c’è nessuno che li registra. Vivono in condizioni disumane. Bambini, donne, uomini anziani. Non fa differenza. La vita lì è uguale per tutti loro.
Bab Al Salam è proprio a ridosso con il confine turco e sappiamo che la Turchia sarebbe un sogno per migliaia di siriani. Perché quindi si fermano nel campo profughi? Non possono oltrepassare il confine?
Potrebbero, se avessero con sé i documenti. Ma scappare da una città in guerra significa anche scappare senza portare con sé proprio nulla, tantomeno i documenti. Queste persone sono lì, in attesa. In attesa di non si sa nemmeno che cosa. In assenza dei documenti, qualcuno di loro tenta di scavalcare le grandi recinzioni della dogana. Ma per chi scavalca c’è un grosso pericolo: questo pericolo si chiamano mine.
Siete stati in zone a rischio e, naturalmente, eravate consapevoli del rischio. Non avete mai avuto paura?
Solo in un momento preciso: passato il primo controllo passaporti in Turchia, abbiamo attraversato a piedi un lungo corridoio di asfalto che separa i due Paesi. Sono circa 700 metri. Arrivati in Siria, siamo rimasti fermi per un’ora nell’ufficio controlli dell’esercito di liberazione anti Assad: lì dovevamo incontrare la nostra guida, un medico siriano. Ecco quei minuti di attesa li ricordo come gli unici attimi in cui ho avuto paura: non per i militari, che ci hanno perfino offerto il caffè e fatto battute sull’Italia per stemperare la tensione che era assolutamente visibile sui nostro occhi. Ho avuto paura per le autobombe: non sarebbe la prima volta che scoppiano in quella zona.
Ma, a parte quel momento, non puoi avere paura: quando vedi dei bambini che camminano con ciabatte di fortuna, aperte, dentro i rigagnoli delle fogne, capisci che sono loro che vivono nella paura. Non per dieci minuti, non per quattro giorni. Vivono nella paura per anni. E hanno solo uno scudo a difenderli dai raid aerei: le loro tende.
Com’è la reazione dei profughi siriani nel vedere dei volontari occidentali?
É un misto di gioia e di dignità. Le persone nei campi, in primis i bambini, ci hanno letteralmente avvolti: ballavano e cantavano per noi, per ringraziarci. E non mi dimenticherò mai che ci volevano regalare degli oggetti: erano le uniche cose che avevano, ma ce li volevano dare. Per sdebitarsi ma soprattutto per dimostrarci il loro affetto. Sono tornata con il braccialetto di una bimba e con il velo di una ragazza. Sono fra le cose più preziose che ho.
Inutile negarlo: c’è sempre il pericolo che gli aiuti umanitari nelle zone di guerra finiscano dalla parte sbagliata. Dalla parte delle milizie per esempio. Non credete che anche voi potreste aver alimentato le risorse di milizie o terroristi?
Assolutamente no. E ci sono due modi per esserne certi. Il primo: non consegniamo mai soldi. Solo beni di prima necessità. Secondo: tutto ciò che consegniamo è tracciato e monitorato, dall’Italia fino alla Siria. E gli aiuti vengono distribuiti con le nostre mani o, in molti casi, attraverso i nostri referenti, persone che fanno parte della nostra onlus.
E se vi dicessimo che anche in Italia c’è tanto bisogno di beneficenza?
Direste una cosa giusta. Ma diteci in quale parte d’Italia si vive con una tenda a fare da scudo contro i raid aerei? In Italia c’è bisogno di aiuto, certo, ma in Italia non c’è la guerra.
Giusto per continuare ad essere schietti: mentre eravate in missione, i vostri tre figli piccoli erano a casa, con la tata. Non credete che la vostra scelta possa essere vista come la scelta di due genitori incoscienti?
Sappiamo che alcune persone possono ritenerci tali. Ne siamo consapevoli. I nostri bambini sanno cosa facciamo: sapevano che eravamo andati a distribuire aiuti, così come sanno qual è il nostro secondo lavoro, quello non retribuito ma altrettanto importante. Lo sanno perché la nostra vita è cambiata. La nostra casa è costantemente invasa con scatoloni piena di aiuti umanitari: scatoloni pieni di biscotti, pieni di sacchi nanna, pieni di vestiti, pieni di medicine, a volte perfino pieni di peluche. E, naturalmente, anche la vita dei nostri bambini è cambiata. Ecco, ciascun genitore deve essere un modello per i propri figli. E noi lo siamo per loro.
Per chi volesse avere informazioni sulla onlus We are: www.weareonlus.org
Sara Venchiarutti








