Bauman in Italia strega il pubblico: “La politica ha divorziato dal potere”

Ha 90 anni e affascina più di una rock star. Quando Bauman mette piede nella città di Brescia, solo qualche giorno fa, i cittadini della Leonessa si guardano smarriti: “Ma quello è Bauman, il sociologo?”, si sente mormorare, “Corro a comprare i suoi libri per farmeli autografare”, dice una signora sulla quarantina.


E così, dopo un’ora di lectio magistralis organizzata dall’Istituto I.S.E.O (istituto di studi economici e per l’occupazione), l’arzillo sociologo padre della modernità liquida viene letteralmente assalito da un’onda di persone che vogliono a tutti costi una foto ricordo. Qualcuno chiede un autografo, qualcuno gli strappa un selfie. Lui, smarrito, vorrebbe solo scomparire: in fondo è un pensatore, un intellettuale di quelli vecchio stampo. La celebrità, lui, non l’ha voluta. E manco gli piace.
A Brescia Bauman, che è nato a Poznan (in Polonia) arriva con un’anziana professoressa dell’Università di Varsavia: fra loro i due docenti parlano polacco, lingua madre del celebre sociologo, e lei aiuta Bauman a capire le tante richieste che, a fine lezione, gli arrivano. A 90 anni il cervello non lo ha indubbiamente abbandonato, l’udito un pochino sì.
Sta di fatto che l’ex professore dell’Università di Leeds, in piedi fra i direttori di due quotidiani locali, ha stregato tutti.
Le sue analisi sulla contemporaneità sono di una lucidità disarmante.
“Di fronte al crollo finanziario del 2008, il mondo ha tentato di confrontare la crisi esplosa con quella del 1929. Ma il paragone non è corretto. Allora, nel 1929, la gente sapeva quali potenze avrebbero potuto tirare fuori il pianeta dai guai e aveva fiducia nel potere degli Stati, nella loro forza. Ciò che accadde, ormai, è storia: la fede cieca nei Governi ci ha regalato due regimi totalitari, i peggiori della Storia, ma anche il New Deal. A cui va il merito di aver ridotto la disoccupazione e fornito le principali sicurezze e rassicurazioni ai cittadini. Seguirono poi decenni in cui lo Stato raggiunse il limite massimo delle proprie possibilità. Tanto che negli anni ‘70 i bilanci dei governi ci hanno presentato i conti: il welfare, così come concepito, non era più sostenibile. Fu così che Margaret Thatcher e Ronald Reagan ci offrirono la loro soluzione: frenare il potere dello Stato. Il libero mercato avrebbe messo tutto a posto”.
“Ma – continua il professore, autore di decine di libri tradotti in tutto il mondo – questa fede cieca nel mercato insieme ad un’inaudita orgia di consumismo ci ha tradito. Abbiamo vissuto per anni a credito, spendendo più di quello che potevamo permetterci. Ed oggi ci troviamo in una sorta di interregno, come direbbe Antonio Gramsci: non c’è più una forza che risolva i problemi, non c’è più un punto di riferimento. Gli affari e i capitali si sono catapultati su scala globale, ma le soluzioni ai problemi sono richiesti nel locale. Globalizzazione e glocalizzazione: due processi combinati insieme. Proprio la glocalizzazione ha causato la separazione del potere dalla politica. Possiamo pure parlare di divorzio: la società contemporanea è caratterizzata da questo divorzio: il divorzio fra il potere e la politica. É chiaro che questo fenomeno produce instabilità, assenza di programmazione a lungo termine e, com’è intuibile, insicurezza”.
Nella sua lezione bresciana il grande sociologo polacco, che ha rifiutato decine di cattedre in prestigiose università del mondo pur di rimanere nella tranquilla cittadina di Leeds (dove hanno aperto un centro di studi sulla sociologia proprio in suo nome, The Bauman Institute), fa riferimento anche al pontefice: “Papa Francesco è l’unico fra gli uomini influenti sulla Terra che ha riconosciuto come la disuguaglianza rappresenti la patologia che più sta indebolendo le nostre società. L’assenza di programmazione è certamente all’origine di queste crescenti disuguaglianze, così come dell’utilizzo che viene fatto oggi giorno del pianeta: lo stiamo usando come se fosse una miniera inesauribile”.
Da un pensatore, naturalmente, nessuno si aspettava di ricevere quella che sempre più spesso si sente chiamare la ricetta per uscire dalla crisi. Anche se, i più ottimisti, un filo di speranza nelle parole del grande professore sono riusciti a coglierle: “Solo una nuova centralità della politica, intesa nel suo senso più alto, può farci pensare ad una via d’uscita. Certo oggi non è all’orizzonte. Però io ho vissuto una vita imperdonabilmente lunga e posso dire che le vere rivoluzioni sono arrivate quando meno ce lo aspettavamo”.

 

Sara Venchiarutti

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