Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica dedicata alle donne. Per una volta però non parleremo delle donne di oggi, bensì di quelle di ieri.
La condizione femminile in Italia suscita oggi l’interesse di molti, grazie anche alla rinascita di una serie di movimenti di denuncia sulle disparità di genere e sulle discriminazioni femminili che hanno trovato forte cassa di risonanza sui mezzi di comunicazione italiani e stranieri. Non si contano infatti gli articoli, i reportaje e le rubriche a tema che i nostri media hanno dedicato al mondo delle donne: perfino grandi quotidiani o magazine stranieri hanno periodicamente riservato intere pagine a quello che il magazine americano Newsweek, nel 2010, ha definito “Italy’s Woman Problem”.
A fronte però di questo crescente interesse sulla nostra condizione odierna, non sembra esistere un eguale approfondimento sull’evoluzione delle donne e del loro ruolo nel tempo. Ecco perché abbiamo deciso di inaugurare questa rubrica che ci ricorderà come il gentil sesso sia cresciuto dall’alba del ventesimo secolo fino ai giorni nostri. Passeremo in rassegna le tappe fondamentali della vita e dell’evoluzione delle donne, tra discriminazioni, conquiste, rivoluzioni e tanto altro ancora, consapevoli che per difendere la nostra posizione e i nostri diritti, non possiamo prescindere da ciò che è stato di noi in passato…
La nostra ricerca inizia nel periodo di transizione tra fine ‘800 e inizio ‘900. Un periodo che vede la donna in un ruolo totalmente subalterno rispetto all’uomo, con discriminazioni legittimate (e in alcuni casi perfino incoraggiate) sia dallo Stato che dalla Chiesa. La vita delle donne era infatti caratterizzata, neanche a dirlo, da una condizione di netta inferiorità sul piano economico, politico e sociale: un’inferiorità sancita anche per legge.
Uomini e donne vivevano vite diametralmente opposte, così come le loro prerogative: le donne di questo periodo trascorrevano la vita intera perseguendo i valori di verginità e purezza, fedeli e obbedienti al buon costume e alla difesa della moralità della famiglia. Gli uomini dal canto loro dimostravano invece una grande libertà di comportamenti, senza preoccupazioni o limiti morali.
Dal punto di vista giuridico esistevano notevoli discriminazioni di genere: uomini e donne non erano uguali di fronte alla legge in molte circostanze. Sembrerebbe incredibile ma solo cento anni fa o poco più (non parliamo infatti di millenni!) queste disuguaglianze erano addirittura sancite dal primo codice civile italiano, il Codice Pisanelli per l’esattezza, introdotto nel 1865 e in vigore (in gran parte) fino alla metà del ‘900. Alcune norme introdotte da questo codice appaiono oggi quasi incredibili.
Prima fra tutte, la norma che vietava alle donne di votare, impedendo loro di avere un ruolo da cittadine “attive” . Ma non solo. Secondo il codice le donne dovevano essere bandite dai pubblici impieghi (addirittura, fino al 1919 nessuna donna poteva prestare servizio negli ospedali pubblici), dopo il matrimonio potevano essere private del diritto di scegliere dove vivere, di gestire il proprio patrimonio, di decidere in autonomia sulle questioni legate ai figli. Il codice precludeva alle donne ogni decisione di natura giuridica o commerciale (atti legali e notarili, stipule, contratti, firme di assegni e accensione di prestiti), senza l’autorizzazione del marito o del padre. Addirittura la legge prevedeva attenuanti per gli uomini che picchiavano o uccidevano la propria consorte, concedeva loro maggiori diritti di chiedere la separazione, oltre a pene assai inferiori in caso di adulterio. L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva infatti una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato. Un’altra norma, che avrebbe nel giro di pochi anni mosso le prime vertenze femministe, sanciva l’illegalità della ricerca della paternità.
Naturalmente, oltre alle discriminazioni impresse nel codice civile, esistevano una serie di pregiudizi che costituivano il vero e proprio zoccolo duro delle convinzioni maschiliste della società tra fine Ottocento e inizio Novecento. Questi pregiudizi condizionavano la vita femminile sia all’interno che all’esterno della famiglia.
Al suo interno, i ruoli familiari erano ben definiti: all’uomo si riconosceva la capacità di sostentamento mentre alla donna venivano attribuiti doveri domestici e materni a tempo pieno.
La donna dell’epoca doveva dimostrare soggezione e ubbidienza al marito: fu la Chiesa stessa, in una enciclica e in altri documenti ufficiali, ad appoggiare questa visione della famiglia, ritenendo gli uomini superiori per natura e la diseguaglianza tra i sessi un fattore cruciale per il funzionamento della famiglia.
Chi ben riassume la concezione dell’epoca della donna è il filosofo ottocentesco Gioberti, attraverso questa sua “crudele” metafora: “La donna è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé”.
Le donne, soprattutto quelle più povere appartenenti a famiglie contadine o proletarie, erano costrette a dare del voi al marito (ma non viceversa), a mangiare da sole sulle scale o nei portici, a condurre una vita totalmente separata da quella del consorte: non potevano uscire di casa da sole, non potevano andare in bicicletta perché era considerata addirittura immorale, non avevano a disposizione tempo libero poiché la maggior parte degli svaghi era considerata strettamente maschile.
Anche al di fuori del nucleo familiare, la donna a quell’epoca non poteva vantare una grande rilevanza sociale. Per quanto riguarda l’istruzione, già dal 1859 la legge offriva l’educazione scolastica per entrambi i sessi per le scuole elementari e nel 1874 per i licei. Tuttavia, come sempre, a fronte di una legittimità formale, esistevano grossi pregiudizi che rallentavano l’istruzione femminile: in primis la Chiesa, che non intendeva favorire l’istruzione delle donne, concepite come missionarie fedeli al credo religioso, fondamentali per arginare la laicizzazione imperante in quegli anni.
Anche gli stessi uomini temevano le donne istruite e preparate poiché avrebbero costituito un ulteriore ostacolo alla loro ricerca di lavoro. L’istruzione femminile inoltre era considerata molto meno importante di quella maschile perché si credeva che, prima o poi, sarebbe stata ostacolata da impegni familiari, oltre che un’attività “rischiosa”, poiché avrebbe potuto compromettere la moralità delle stesse studentesse all’interno di scuole miste. Non stupisce quindi che agli inizi del ‘900 si registravano solo poco più di 200 laureate: si trattava peraltro soprattutto di donne immigrate, protestanti oppure ebree.
Sul piano economico, le donne nella gran parte dei casi risultavano improduttive: nel 1901 infatti solo il 31,6% delle donne lavorava . Il dato non deve stupire: le donne di quegli anni, per poter lavorare, dovevano ottenere l’autorizzazione maritale e addirittura, per alcuni impieghi, potevano essere accettate solo se nubili, ricevendo il licenziamento subito dopo il matrimonio. La maggior parte delle donne lavoratrici, naturalmente, erano donne che appartenevano a famiglie povere, impegnate quindi a contribuire al sostentamento della famiglia: facevano la sarta, la cameriera, la lavandaia, l’ostetrica, l’affittacamere, la contadina, l’operaia (con un salario, peraltro, pari a meno della metà di quello maschile). Le donne appartenenti alla media borghesia e naturalmente all’aristocrazia si dedicavano invece esclusivamente alla famiglia e all’educazione dei figli. In generale, il lavoro femminile “legittimato” e non apertamente ostacolato in quell’epoca era quello che non andava nettamente in contrasto con la vocazione femminile all’educazione e alla famiglia, come l’insegnamento e la scrittura. Da un lato infatti si credeva che le donne potessero scrivere solo di cose frivole e leggere, dall’altro si credeva che insegnare non fosse poi così lontano dal ruolo educativo della donna nei confronti dei giovani.
Eppure, è proprio da questo esiguo gruppo di donne occupate nell’insegnamento, nella scrittura e dalle prime pioniere iscritte alle università che sarebbero nati i primi movimenti a favore di politiche femminili: donne che ancora non ne volevano sapere di scardinare l’intera concezione maschilista della società italiana o di rivendicare una vera e propria emancipazione ma che, per il momento, si sarebbero accontentate di conquistare alcuni diritti sociali fondamentali, tra cui la ricerca della paternità.
Proprio a loro, a queste prime donne in cerca di diritti, sarà dedicata la nostra prossima tappa nel mondo delle donne italiane del ‘900.
Sara Venchiarutti





