Intendiamoci, non c’è nulla di male ad assegnare soprannomi dolci e anche divertenti ai nostri “cuccioli”. Io stessa, quando “La Voce delle Mamme” non era ancora una rubrica di questo sito, parlavo di mio figlio chiamandolo “Trappolino”. Capito? Chiamavo Trappolino, piccola “trappola”, l’Amore più grande della mia vita… (uno psicologo farebbe i miliardi con me), perché non volevo si sapesse il suo nome, per proteggerlo, per non esporlo, per privacy. Sì, sostanzialmente per difenderlo.
Facciamo tutte così, per lo meno chi ha un blog (ma anche no), fa parte del nostro DNA mammesco: quando parliamo dei nostri figli, gli affibbiamo – sempre in buona fede – nomignoli che fanno tenerezza soltanto a noi. Appunto – ricordiamo – solo a noi. Riflettiamo.
È quando arrivi a chiudere un blog che va piuttosto bene, per il semplice fatto che non ti va più di mettere in piazza le prime esperienze di vita di tuo figlio, proprio perché sta crescendo, perché comprendi che magari, quando sarà grande, potrà anche e legittimamente dargli fastidio il fatto che sua madre abbia raccontato a mezzo mondo (si fa per dire) di quella volta che ha fatto la cacca verde, che capisci tante cose.
È quando riesci totalmente a percepirlo come parte distinta da te stessa che sai che dovrai – sempre – rispettare le sue esperienze e la sua vita, più di quanto tu debba fare con la tua. Perché tu, puoi anche metterti in piazza quanto vuoi ma non so, sinceramente, quanto sia giusto mettere in piazza lui.
Non so quanto sia corretto, ad esempio, fotografare e diffondere sul blog le foto di mio figlio con quel maglioncino carino, quello regalatogli da quell’azienda figa in modo da avere il post “gratis” assicurato. Ché un “cambio merce”, di questi tempi – a quanto pare – leva il medico di torno. Ma mio figlio è “merce” mia, non di un’azienda che gli fa un regalo.
È quando capisci che puoi tranquillamente fotografare il maglioncino carino senza dentro tuo figlio, che sei in grado di fare bene il tuo lavoro. Perché – non scordarlo – il lavoro è il tuo, non il suo.
È quando sai che, d’ora in poi, dovrai stare molto attenta a ciò che scrivi sul tuo blog – semplicemente per rispetto nei confronti di una vita che non è la tua – che riesci a porre dei paletti e che impari chiaramente quali confini sia meglio non oltrepassare, anche solo per rispetto, sì.
È quando arrivi a questo punto che “cresci”, come blogger, dico. Ma anche come mamma.
Prima di chiudere, dal momento che so che qualche lettrice si sentirà presa in causa, vorrei precisare che non è mia intenzione fare la saputella nè giudicare l’operato altrui, per il semplice fatto che alcuni di quelli che ho riportato sono – secondo me – “errori” che ho commesso anche io.
Ma dico, questo sì, che a tutto deve esserci un limite.
Ed è bello quando riesci a rendertene conto perché ti senti meno cretina, anche se sai che “Trappolino” non te la farà passare liscia. 😉
Antonella Pfeiffer






