
Beh, dire che quando ho cominciato questa professione ero entusiasta, è riduttivo!
Ero felice, onorata, appagata. Tutto ciò nonostante facessi la supplente giornaliera (per chi non è del ramo, significa un giorno a destra e un giorno a manca) e nonostante mi pagassero il servizio con una distanza media di sei mesi circa rispetto al periodo in cui era stato prestato. Ma ero contenta, nonostante l’inutile burocrazia scolastica (milioni di parole), le colleghe “serpi” (un ambiente lavorativo di quasi solo donne… è allucinante), nonostante i presidi delle varie scuole (si credono manager di aziende senza capire che son dipendenti statali che guadagnano il doppio di me per fare la metà). Beh, nonostante tutto questo, io ero felice di fare la maestra. Poi, le cose si evolvono (e troppo spesso involvono al contempo) e sono divenuta un’incaricata annuale. Che vuol dire? Niente, semplicemente avevo il posto da settembre a luglio dato dal provveditorato su posti che erano destinati al ruolo (posto fisso)… ma chissà perché di posto fisso per me… non ce n’era! Sì, lo so. Avrei dovuto fare scelte diverse, rinunciare al sole quotidiano della capitale e trasferirmi altrove ma non ce l’ho fatta, anche perché – per me – andava bene così. Avere ogni anno il contratto fino ad agosto era un ottimo affare e stava a significare che presto sarebbe toccato anche a me entrare in ruolo! Quindi quest’anno, quando mi è balenata l’idea di trasferirmi a Milano per il posto fisso, l’ho subito abbandonata, perché comunque, con un bimbo piccolo, sarei riuscita molto più facilmente a districarmi in una città che conosco dall’era dell’arca di Noè. Giusto perché quest’anno sono pure mamma, non sono un’insegnante precaria ma “precarissima”… che più precaria non si può! Perché? Semplicemente perché delle veterane della scuola, che hanno maturato dei punteggi esorbitanti non si sa come (o si sa e non si dice) hanno deciso di venire a ingrossare le fila della graduatoria capitolina, facendo arretrare inesorabilmente me e le mie colleghe. Tanto che io sono fra le fortunate che hanno trovato un posto con scadenza 30 giugno. Eh che fortuna, dopo 12 anni non sono nemmeno più precaria… più che precaria. Sembrerebbe che il mio malcontento provenga da questo e invece no. C’avevo messo una pietra su, alla precarietà: tanto il mio lavoro mi piaceva e non è stato neanche l’anno trascorso a casa in maternità a farmi cambiare idea. Sì, sarà pur bello occuparsi del tuo pargoletto ma è una condizione che prima o poi avrà un termine perché il neonato crescerà… così ho deciso che sarei rientrata a lavorare. Ma in che condizioni? Non faccio più una professione ma un mestiere. Nella scuola dove ho lavorato per 5 anni, quest’anno mi avevano dato un orario con quattro pomeriggi fissi + un altro ogni due settimane e due mattine con 2 ore di buca per volta, beh… se calcolate che lavoro 22 ore settimanali (+ 2 ore di riunione fisse a settimana + un monte ore annuo da settembre a giugno di altre 60 ore di “burocrarottura” varia) su cinque giorni a settimana, converrete con me che avevo un orario da fabbrica! Ma ben venga, me l’avessero offerto un lavoro in fabbrica ci sarei andata! Ma questa era una scuola! Il mio doveva essere un orario “spalmato” su una prima e una seconda, dove, in quest’ultima, avrei dovuto insegnare Italiano & Co.: con questo orario? E che male avrei dovuto infliggere a ragazzini di 7 anni circa, di pomeriggio, facendo lettura, scrittura, grammatica? Io lavoro come una professionista. Ci tengo alla lingua Italiana fatta in un certo modo (lo sanno bene i miei ex alunni) nell’era del correttore automatico! Che amore potrei insegnare verso la nostra lingua a bambinetti che stanno a scuola 8 ore al giorno? Ho ringraziato e rinunciato all’offerta, anche se questa scuola sta davanti casa mia! E ho cambiato ambiente, tutto combacia perfettamente: casa, nido, scuola (mia) in dieci minuti, tappe annesse. E sono stata fortunata: mio figlio è stato preso al nido convenzionato, ho trovato casa vicino alla scuola… (poi, sto da sola con il pupo per 5 giorni su 7 ma è un altro discorso). Nella “scuola vicina” mi hanno dato un orario senza “buchi”, ma decisamente “tappabuchi”, faccio le materie che le insegnanti prevalenti non volevano fare (tecnologia informatica, scienze motorie, musica oltre a storia, geografia e scienze) su 4 classi. Anche stavolta ho detto “Va bene così! Ma è professionalità questa? La scuola di oggi non te ne conferisce, perché tu – maestra – devi anche elemosinare ai genitori la carta per la fotocopiatrice (che poi, i genitori, credono che te la porti a casa, visto che i quaderni dei figli non li guardano). La scuola non dà più nulla, ma cosa ancora peggiore mette i bambini all’ultimo posto! Manca un insegnante? Dividete la classe. Non ci sono soldi! E la didattica? Non so: a troppi quesiti nessuno ancora mi ha dato una soluzione e io PRECARIAMENTE resisto. Voglio sperare che tutto possa migliorare! Devo farlo: è un imperativo categorico per me… io docet!
Angela Carchia





