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13
La luce del giorno si stava affievolendo velocemente e Bernardo, consapevole che sarebbe dovuto tornare indietro a
piedi, decise di essersi allontanato a sufficienza.
Attraversare quella boscaglia al calar del sole poteva risultare molto pericoloso e lui lo sapeva benissimo. Perciò, senza perdere altro tempo, cercò una macchia di vegetazione abbastanza fitta e vi nascose la carrozza con i due birri
addormentati. Legò i cavalli, si riempì i polmoni con un’aria che si stava facendo sempre più umida e si allontanò con
passo veloce.
Con i sensi acuiti54 al massimo, tutto gli sembrava diverso dal solito, come ingigantito: gli odori più intensi, i rumori più
forti e le piante molto più fitte. Anche il semplice verso di una civetta gli parve la voce di un mostro.
Ma il rumore che sentì di lì a breve lo fece sussultare realmente. Era un suono che non aveva nulla a che fare con l’ambiente campestre, giorno o notte che fosse.
Si fermò e attese immobile fino a quando non lo udì nuovamente: era davvero qualcosa di strano. Qualcosa che assomigliava ad un forte… respiro.
Nonostante cercasse di controllare al massimo le proprie emozioni, sentì i muscoli contrarsi e le pulsazioni del cuore
accelerare.
Il rumore cessò, ma il silenzio che rimase non lo rassicurò affatto. “Troppo silenzio” pensò Bernardo giudicando strana
la cosa. “Troppa quiete.”
Anche i rapaci, che solitamente a quell’ora iniziavano a dare la caccia ai roditori, erano immobili.
Poi, all’improvviso, quel respiro tornò a farsi sentire. Questa volta molto più forte e accompagnato da un rantolo.
Il ragazzo sentì le gambe farsi pesanti e i battiti del cuore accelerare ulteriormente.
Respirò profondamente e cercò di concentrarsi per capire da che parte provenisse. Quando credette di averlo intuito, meravigliandosi di sé stesso, lentamente si spinse in quella direzione.
Ad un certo punto lo sentì distintamente e non ebbe più dubbi: si trattava di un animale. Un animale molto grosso, e quello che fino a pochi attimi prima
gli era parso un rantolo era indiscutibilmente il brontolio rabbioso di un grosso animale.
Cercò disperatamente di aguzzare la vista, ma la luce era sempre più scarsa.
Provò a deglutire, ma si rese conto di non avere più nemmeno una goccia di saliva e non ci riuscì. A quel punto fu colto da una sgradevole sensazione di nausea e si maledisse per non aver portato con sé una lanterna e neppure un pugnale.
Si accucciò lentamente e cercò una pietra contro la quale uno dei suoi piedi si era appena scontrato. Era grossa e aveva
uno spigolo appuntito da un lato. La raccolse e con quella sorta di arma si appoggiò al largo tronco di un albero. Almeno
non avrebbe dovuto guardarsi alle spalle, pensò. Immobile e quasi senza respirare, rimase in quella posizione ad attendere
che chiunque stesse emettendo quel verso spaventoso si facesse vivo.
A quel punto non poté far nulla per evitare di sudare copiosamente. Tanto meno poté evitare che quel sudore, non certo conseguenza del caldo, fosse di odore forte e acre. Le maniche della casacca iniziarono a stillare piccole gocce gelate che, partendo dalle ascelle, dopo avergli rigato le braccia finivano al suolo. Circondato da un simile alone olfattivo, sarebbe stato fiutato senza il minimo problema da qualsiasi
animale. Così fu e prima ancora di quanto pensasse. Di fronte a lui, infatti, i rami di un grosso cespuglio non molto distante
si mossero. Ancora non lo vide, ma lo intuì dal fruscìo che produssero.
Avrebbe voluto recitare una preghiera, ma la sua bocca si aprì senza emettere alcun suono. Allora alzò gli occhi al cielo e invocò mentalmente l’aiuto di Gesù. All’improvviso qualcosa di bianco lacerò il buio: due lunghe zanne si avvicinarono lentamente al ragazzo. Con il labbro superiore sollevato e il pelo ritto sulla schiena, un enorme esemplare di lupo maschio si fermò davanti alla sua vittima ringhiando. Era così vicino che Bernardo poteva sentirne il fetido olezzo del fiato.
L’animale, probabilmente scacciato dal branco da un rivale più giovane, dopo una dura lotta cruenta, della quale portava ancora addosso i segni, era giunto fin lì dopo un lunghissimo cammino e da diversi giorni vagava in quella zona ferito
e affamato.
Disorientato da quella strana preda che non tentava di scappare, sembrò riflettere sul da farsi.
Bernardo sapeva benissimo che se avesse voluto avere una qualche possibilità di uscire vivo da quella drammatica
situazione, avrebbe dovuto rimanere immobile e fin lì niente di più facile: era praticamente paralizzato. Ma quel mostro dagli occhi iniettati di sangue non si sarebbe limitato a guardarlo in
eterno. Perciò doveva trovare una soluzione e in fretta. Ma cosa avrebbe mai potuto fare contro quelle zanne, armato
soltanto di un grosso sasso appuntito?
Forse avrebbe potuto spaccargli i denti o la testa, pensò, ma con l’agitazione e il buio, quante probabilità avrebbe avuto
di colpirlo alla prima? A quel punto dovette interrompere i suoi pensieri: intravide la belva inclinarsi con il posteriore,
come se avesse voluto sedersi. Non c’era più tempo per pensare: stava per sferrare l’attacco.
Con dei riflessi eccezionali il ragazzo portò il pietrone sotto il mento anticipando di un soffio il balzo di quel bestione peloso, che con la rapidità di una saetta e le fauci spalancate gli si avventò contro la gola. Ma quando quelle mandibole si strinsero come una morsa, non trovarono della tenera carne: provocandogli un dolore lancinante, la pietra gli s’incastrò
nel palato dopo avergli frantumato l’intera dentatura.
Lo schianto echeggiò proprio sopra il viso del giovane, che capì così di avere ancora qualche speranza.
Finiti entrambi pesantemente a terra, si trovarono avvinghiati pancia contro pancia e faccia contro muso.
Nonostante perdesse molto sangue dalla cavità orale, con una forza inaudita il lupo continuava a tenere con le zampe anteriori la sua vittima inchiodata a terra, scuotendo disperatamente la testa nel tentativo di liberarsi di quella strana cosa che lo stava torturando.
Bernardo, terrorizzato nel vedersi sventolare quel sasso ad un soffio dalle tempie, senza preoccuparsi dei continui schizzi di sangue
che gli arrivavano caldi sul viso, afferrò con entrambe le mani la pelle del collo di quella furia cercando in ogni modo di tenerle la testa il più distante possibile dalla sua.
In quella posizione, però, non sarebbe riuscito a resistere per molto: le forze lo stavano abbandonando e le braccia, indolenzite, iniziavano a cedere. Con un ultimo sforzo, che soltanto la disperazione gli permise di fare, cercò di colpire con una ginocchiata il ventre dell’animale che fortunatamente
sembrò accusare il colpo.
Sentendo la presa allentarsi leggermente, rincarò la dose e sferrò altri due calci, uno dei quali colpì in pieno l’inguine della bestia. Il lupo si contorse per il dolore e rotolò su di un fianco guaendo in modo straziante.
Il ragazzo balzò in piedi e, sorretto dalla adrenalina che gli scorreva in corpo come un fiume in piena, spezzò un grosso
ramo da un albero e colpì ripetutamente, con tutte le sue forze, la testa di quel demone agghiacciante, che stava già tentando di rimettersi in piedi.
Pochi istanti e tutto finì: l’animale rimase definitivamente immobile.
Bernardo, ansimante, si lasciò cadere sulle ginocchia. Piegato in due, con le mani sulla testa, scoppiò in un pianto isterico.
Quando finalmente si calmò si accorse di avere gli abiti stracciati e di sanguinare.
Aveva diverse ferite sulle gambe, sulle braccia e sulla pancia. Ma quasi non ci fece caso: era vivo e tutto il resto non contava affatto. Aveva dovuto affrontare un lupo inferocito ed aveva vinto. – Già, ho vinto! – esclamò. – La pozione… sono invincibile! – urlò. – Invincibileeeee!!! –




