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15
Bernardo fece scivolare la grossa pietra da un lato portando alla luce il buco.
Il Maestro gli diede una sorta di sporta con un solo manico da mettere a tracolla e una torcia imbevuta di resina che aveva
appena acceso sulla fiamma del camino: – Prima che questa si spenga del tutto, – disse riferendosi alla fiaccola – ricordati di
accenderne un’altra. Nella sacca ne ho messe due. Tra andata e ritorno ti dovrebbero bastare. Senza, non andresti da
nessuna parte: il buio là sotto è sì spesso che lo potresti tagliare a fette con una spada –. Dopo una breve pausa, riprese dicendo: – Che dirti ancora? Ah, sì, ad un certo punto incontrerai tre gallerie. Imbocca quella di destra: le altre due sono comode da attraversare, larghe, alte, ma
non portano da nessuna parte. Devono averle scavate soltanto per confondere le idee. Quella che prenderai tu, invece, è un
cunicolo molto stretto e basso. Io non ho neppure provato ad introdurmi: la schiena, ormai piuttosto arrugginita, non me lo
avrebbe mai permesso. Perciò sono tornato indietro –.
– Allora come fate ad essere certo che quello sia il passaggio giusto? – chiese il ragazzo.
– Deve esserlo per forza! Le gallerie sono tre, due sono false, quindi… ma c’è anche un altro particolare che me lo fa pensare. –
– E quale, di grazia? –
Il Maestro si spiegò pur senza rispondere direttamente alla domanda: – Se dovessi incontrare altre biforcazioni come
quella, resta calmo e mettiti di fronte ad ogni imboccatura: davanti alle gallerie a fondo cieco noterai che la fiamma della
torcia rimane immobile, in quanto manca il passaggio dell’aria. Davanti a quella giusta, invece, dovrebbe piegarsi leggermente per l’effetto camino; anche se troppo leggero da poterlo percepire tu, è sufficiente per far muovere una fiamma–.
– E la… vostra si è piegata? –
– Per le corna del demonio, certo che si è piegata! E adesso lascia che ti leghi in vita questo – disse l’alchimista passando intorno ai fianchi di Bernardo una sottilissima corda. – Io terrò in tasca il resto arrotolato e tu lo srotolerai strada facendo. Così se ti dovessi perdere, potrai tornare
indietro e prendere un’altra direzione. –
Il ragazzo ascoltò tutto attentamente e poi, senza dire una parola, si infilò in quel buco e sparì.
Alla luce della torcia, lentamente ma con passo sicuro, Bernardo arrivò senza problemi alle tre gallerie descritte dal
Maestro. Si assicurò che il filo al quale era attaccato scorresse sempre senza impedimenti e poi, dopo essersi quasi inginocchiato, si infilò piegato in due nella galleria di destra. Mano a mano che avanzava, l’aria si faceva sempre più fredda e umida e il suo respiro affannoso.
Continuò così per un lungo tratto e più volte urtò con la schiena la volta superiore del cunicolo. Quando finalmente poté rimettersi in piedi, incontrò una nuova biforcazione:
doveva scegliere tra due gallerie. Memore del consiglio del Maestro, si mise di fronte ad una, quella di sinistra, e indugiò immobile ad osservare la fiamma della fiaccola. Non accadde nulla: rimase perfettamente dritta.
Si spostò verso l’altra e la fiamma, anche se impercettibilmente, si piegò verso l’interno del cunicolo. Sorridendo entrò e, con grande sollievo, riprese a camminare
in posizione eretta.
Ad un certo punto sentì il suolo diventare morbido: sotto i suoi piedi c’era del fango. Pochi passi e si trovò con l’acqua alle
caviglie. Doveva stare molto attento: se la torcia gli fosse caduta si sarebbe spenta e lui sarebbe piombato nel buio assoluto.
Per sentirsi più tranquillo portò una mano dietro la schiena alla ricerca della corda legata in vita che, come un cordone ombelicale, lo manteneva in contatto con l’esterno, ma non la trovò. Si fermò di scatto sentendosi mancare. Ruotò la testa di
centottanta gradi per guardare ed ebbe la conferma: c’era soltanto un pezzo piuttosto corto che penzolava. Non era più collegato a nulla. Il filo, probabilmente, si era spezzato durante il passaggio nel cunicolo più stretto: quasi sicuramente una delle volte in cui aveva urtato la parete.
Deglutì a fatica e, cercando di non pensarci, riprese ad avanzare. L’acqua continuò a salire fin quando gli arrivò alle ginocchia poi, lentamente, riprese ad abbassarsi fino a scomparire nuovamente.
Ad un tratto si sentì mancare il terreno sotto un piede: innanzi a lui il vuoto.
Cercando di non finirci dentro, con riflessi molto pronti si bloccò ma vacillò. Istintivamente iniziò a roteare le braccia
e si buttò all’indietro finendo pesantemente a terra. La fiaccola gli scappò di mano e cominciò a rotolare, illuminando
sempre di più un enorme buco, dentro al quale sembrava ormai inesorabilmente diretta. Bernardo, ancora sdraiato a terra supino, si ritrovò a vivere un incubo.
Quella fiamma, senza la quale sarebbe probabilmente morto, stava per finire chissà dove. Anche se tutto gli pareva stesse accadendo con una lentezza esasperante, si rese conto che non sarebbe mai riuscito a fermare la torcia in tempo, perciò chiuse gli occhi e trattenne il fiato.
Quando li riaprì e notò il bagliore del fuoco, ringraziò il Signore per non averlo abbandonato. Appoggiandosi sui gomiti, alzò la testa e vide la fiaccola ferma in bilico sul bordo del baratro. Fortunatamente dalla parte del vuoto era finito il
manico, più leggero della testa infuocata.
Se fosse accaduto il contrario sarebbe precipitata.
Ma ancora non poteva esultare: avrebbe dovuto prima recuperarla e non sarebbe stata una cosa facile. La parte rivolta verso di lui era quella con la fiamma e quindi non avrebbe potuto afferrarla con le mani. Doveva agguantarla dal bastone, ma come? Per arrivare a questo doveva allungare il braccio sopra il fuoco e inevitabilmente si sarebbe bruciato. Di conseguenza avrebbe potuto fare un gesto maldestro e correre il rischio di spingerla lui stesso definitivamente dentro a quella che sembrava una voragine. Si mise a sedere e cercò di rilassarsi un momento cercando una soluzione. “Oh, insomma!” pensò. “Devo recuperare quella torcia, non ho altre
alternative. La pozione mi aiuterà a non sentire troppo male.” Si alzò e si avvicinò alla fiaccola, si chinò e senza pensarci
due volte, con un gesto rapido e deciso l’afferrò per il manico bruciandosi leggermente il polso ma senza tragiche conseguenze.
Felice, chiuse gli occhi e sospirò. Poi, sentendosi i vestiti appiccicati addosso, si accorse di essere sudato fradicio,
ma non ci badò: i suoi problemi non erano finiti. Adesso doveva trovare un modo per passare dall’altra parte. Si sdraiò
sulla pancia vicino al ciglio di quell’ostacolo e protese la fiamma cercando di guardarci dentro. Doveva essere molto profondo perché non riusciva a scorgerne la fine.
Profondo e largo. “Troppo esteso per superarlo con un salto” disse fra sé. “E ora? Dovrei arrendermi e tornare indietro?”
pensò. “Mai!” Aveva in corpo la pozione e perciò avrebbe trovato la soluzione.
Quel frate c’era riuscito, quindi ci sarebbe riuscito anche lui. Ma quella convinzione prese a vacillare quando nella sua
mente si affacciò un’ipotesi: “E se il monaco invece non ci fosse riuscito affatto? Potrebbe esserci caduto dentro ed essere ancora lì, sul fondo del baratro. Se così fosse la Tavola sarebbe laggiù con lui e non altrove”. Doveva verificarlo e non c’era che
un modo: sprecare una fiaccola. Prese dal sacco una torcia nuova e l’accese, quindi sacrificò quella già consumata per metà, buttandola dentro il buco. Poco dopo sentì un tonfo e quella gola si illuminò: era vuota, profonda parecchi piedi e non conteneva alcuno scheletro.
“Molto bene” pensò. “Quindi c’è riuscito!” Ma anche questa volta l’entusiasmo svanì poco dopo: “E se l’avesse scavata
lui stesso la buca, stando dall’altra parte, affinché nessuno avesse più potuto seguirlo? Come lui aveva fatto per prendere in trappola i birri? In questo caso, il modo per passare, avrebbe dovuto inventarselo”.
Il Maestro guardava sconsolato il filo spezzato; sconsolato ma non disperato. Quel ragazzo era in gamba e per il momento
con una grande fiducia in sé stesso. “Non ho alcun dubbio” pensò. “Prima che il sole sorga, riemergerà da quel buco con la
mitica Tavola di Ermete Trismegisto.” Doveva solo aspettare. Sbadigliò e bofonchiò; poi, per ammazzare il tempo, andò a sbirciare fuori da una finestrella al piano superiore.
Un brivido gli corse lungo la schiena: tutto stava scomparendo come per effetto di un incantesimo. La Luna ingoiata dall’ombra della Terra, i prati da una spessa coltre di nebbia e gli esseri viventi dalle loro stesse case. Nessuno aveva il coraggio di mettere il naso fuori, quella notte. Soltanto in lontananza si udiva il lamento di alcuni cani randagi che, disorientati da quel cielo insolitamente nero in una notte di luna piena, ululavano spaventati.
Con la fiaccola appoggiata accanto, Bernardo era seduto con le gambe rannicchiate contro il petto e la testa appoggiata
sulle ginocchia. – No, quel frate era troppo anziano, anche se non così vecchio come il Maestro. Non può averla scavata lui questa fossa – disse a voce alta per sentirsi meno solo. – Quindi deve esserci il modo per passare sull’altra sponda. -Recuperata la torcia si alzò e cominciò a perlustrare
minuziosamente le pareti. “Forse c’è qualche congegno nascosto” pensò. “Il Maestro un giorno mi ha parlato degli
antichi Egizi e di come gli schiavi costruivano
le tombe dei faraoni, dentro le piramidi, con botole e trabocchetti affinché nessun malintenzionato potesse arrivare alla mummia. Chissà, forse anche qui potrebbero aver usato stratagemmi simili.
Se fosse così, ci deve essere anche il modo per neutralizzarli.”
Tastò dappertutto ma senza risultato: nessuna fessura, nessun gancio, nulla di nulla. Disperato stava per desistere, quando la sua mano destra trovò per caso una pietra liscia e tondeggiante che sporgeva appena dalla parete sopra la sua testa. Avvicinò la fiamma e guardò meglio. Sembrava quasi la calotta di una sfera. La parte visibile, però, era troppo esigua per poterla prendere, tirare o ruotare, allora provò a spingerla. Quando la sentì cedere il cuore gli balzò in gola e istintivamente ritrasse la mano. Poi, spaventato ed eccitato
nello stesso tempo, spinse ancora e lasciò
che il braccio scomparisse fino al gomito dentro la parete. A quel punto trattenne il respiro e attese che qualcosa accadesse.
Dapprima fu soltanto un ronzio ovattato, poi un cigolio, infine il classico rumore di un ruscello proprio dentro la voragine.
Incuriosito si precipitò a guardare. Da alcuni fori posti sulle pareti interne della fossa, che prima non aveva notato, stava
uscendo dell’acqua; fiotti abbondanti di acqua limpida.
Sotto i suoi occhi sgranati, nel tempo di poche clessidre quel buco si allagò completamente e davanti a lui si formò
un piccolo lago.
– Incredibile! – esclamò sorridendo. –Devo ricordarmi di chiedere al Maestro come è possibile che possa accadere una tale stregoneria. – Ora gli sarebbero bastate un paio
di bracciate a nuoto per giungere dall’altra parte, ma doveva fare in fretta: il livello dell’acqua, anche se molto lentamente stava già iniziando ad abbassarsi. Si spogliò e mise brache e casacca nella borsa, dentro la quale infilò anche una pietra per renderla più pesante. Quindi, dopo averla fatta roteare
alcune volte, la lanciò sulla sponda opposta. Poi, prima di tuffarsi, fece fare la stessa fine alla fiaccola accesa, cercando di farla finire il più lontano possibile dal sacco affinché questo non prendesse fuoco.
Conclusa la breve attraversata, indossò gli abiti asciutti, buttò via il sasso servito per il lancio e rimise la borsa a tracolla.
Recuperò la torcia e poi, prima di allontanarsi, si voltò per dare un ultimo sguardo a quell’incredibile prodigio. Con suo
grande stupore, l’acqua era già scomparsa e la pietra sferica sporgeva nuovamente dalla parete.





