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17
Bernardo sfilò dall’anello infisso nel muro la fiaccola del frate e vi inserì la propria, quindi tornò ad occuparsi di quel vecchio lucchetto fino a quando non riuscì a farlo scattare.
Con la felicità disegnata in volto, appoggiò le mani sul baule e si fermò. Avrebbe potuto aprirlo subito ma per un attimo
preferì indugiare. Era un momento importante, forse quello più importante di tutta la sua vita e voleva assaporarlo: stava
per possedere ciò che tutti al mondo, coscientemente o inconsapevolmente, avrebbero voluto trovare, anche se difficilmente sarebbero stati disposti a lottare come aveva fatto lui per ottenerlo.
Tratto un respiro profondo, lentamente sollevò il coperchio e quando la fiamma della torcia, posta poco più in alto, illuminò
il contenuto, venne investito da un bagliore così intenso che fu costretto a chiudere gli occhi.
Quando riprese a guardare, la Tavola non gli apparve come l’oggetto che si aspettava (una lastra fredda ed immobile),
ma come qualcosa di irreale e vivo. Era come se dentro a quel baule ci fosse un lago cristallino illuminato dal sole, con la
superficie increspata dal vento, che lo invitava
a tuffarsi e a perdersi dentro di esso.
Una sensazione straordinaria che lo rapì per parecchio tempo, durante il quale rimase immobile e con lo sguardo perso
nel vuoto.
Poi, come risvegliatosi da un sonno ipnotico, scrollò il capo cercando di tornare in sé completamente. Prese quello strano tesoro fra le mani e lo sollevò. Immediatamente si sentì avvolgere da un alone luminoso e l’impulso che provò fu quello
di rimetterlo al suo posto, ma si trattenne: era una sensazione strana ma nello stesso tempo piacevolissima.
Maneggiandola con grande attenzione la infilò nella borsa e si chiese: “Chissà se anche il frate provò le stesse emozioni, o rimase del tutto indifferente?”. Poi, senza pretendere di trovare una risposta, recuperò la torcia, ormai quasi consumata, e se ne servì per accendere l’ultima che gli era rimasta.
Alla luce della nuova fiamma si apprestò ad uscire ma, fatti un paio di passi soltanto, sentì un gran tonfo seguito da uno strano scroscio. Assalito da un brutto presentimento accelerò l’andatura e scoprì ciò che non avrebbe voluto: la porticina si era richiusa e da un paio di fori posti a lato, stava entrando dell’acqua, tanta acqua. Con una mano provò a spostarla, ma nulla da fare: era nuovamente bloccata. Ad un tratto un nuovo scroscio dietro le sue spalle: si era aperto un altro buco ed un altro grosso fiotto aveva preso a scorrere. Era in trappola: in breve tempo quella stanza si sarebbe allagata e lui annegato inesorabilmente.
Preso dal panico si sentì mancare e fu colto dalla disperazione: questa volta non vedeva proprio via d’uscita. Poi, cercando
di controllarsi si ricordò che quell’incubo aveva avuto inizio subito dopo aver estratto la Tavola di smeraldo dal suo scrigno.
Con l’acqua già arrivata alle ginocchia tornò correndo verso il baule: forse conteneva qualche diavoleria che lui aveva azionato senza rendersene conto. Forse poteva ancora rimediare. Quando non lo vide galleggiare, pensò di avere ragione: il fatto che fosse attaccato al suolo doveva
significare qualcosa. Infilò nuovamente la fiaccola nell’anello appeso alla parete per avere entrambe le mani libere, sperando che l’acqua non la raggiungesse troppo velocemente
e provò a muovere la cassa, ma invano: sembrava ci fossero mille uomini a tenerla. La ispezionò all’interno e quando
appoggiò una mano nel centro del fondo si accorse che questo, rivestito di stoffa, non appoggiava sul duro ma cedeva sotto una minima pressione. Evidentemente il peso della Tavola aveva tenuto premuto, per tutti quegli anni, qualche marchingegno che lui aveva inavvertitamente messo in movimento nell’attimo in cui l’aveva sollevata. Provò a tenere premuto il fondo con la mano ma inutilmente, la cascata non si arrestò.
Quando l’acqua gli raggiunse il petto si sentì staccare da terra e dovette nuotare per restare a galla. Guardò il soffitto e venne
preso di nuovo dallo sconforto: lo spazio che restava entro il quale avrebbe potuto ancora respirare era pochissimo. Nel tempo di una clessidra sarebbe sparito anche quello e lui sarebbe morto; tutto sarebbe rimasto lì in eterno e le sue fatiche vanificate.
E come se non bastasse, gli rimanevano soltanto pochi attimi di luce, tanti quanti ne occorrevano all’acqua per arrivare alla parte accesa della torcia.
Stava per arrendersi e rassegnarsi a quell’ingiusto destino quando notò una pietra sul muro, proprio davanti alla sua
faccia, coperta di muschio. Sapeva che anche quel tipo di vegetazione per crescere aveva bisogno, come tutte le piante, non solo di umidità ma anche di luce. Questo voleva dire che vicino doveva esserci un buco o una crepa, che metteva la grotta in comunicazione con l’esterno e attraverso la quale, di giorno, filtrava il chiarore del sole. Nuotando a rana perlustrò la parete palmo a palmo, fino a quando non trovò qualcosa che poteva fare al caso suo: una fessura. Provò ad infilarci le dita ma era troppo stretta; occorreva qualcosa di lungo
e sottile. – La spada! – esclamò ad un tratto. Senza pensarci oltre, si riempì i polmoni d’aria e s’immerse per andare a prenderla.
Con i movimenti un po’ impacciati a causa della borsa che continuava a tenere a tracolla per non perdere di vista la
Tavola di smeraldo, afferrò l’arma e riemerse.
Introdusse la lama nell’anfratto e provò a spingere: la lunga striscia di ferro scivolò dentro la parete per tutta la sua
lunghezza, lasciando fuori soltanto l’impugnatura, ma non accadde nulla. Preso dallo sconforto trattenne a stento le lacrime e proprio in quel mentre il livello dell’acqua arrivò alla fiaccola e la spense.
Bernardo, piombato nel buio più totale, istintivamente strinse a sé il suo tesoro e questa volta iniziò a piangere senza far nulla per evitarlo. Poi, un riflusso d’acqua gli schiaffeggiò
il viso e questo lo rianimò un poco: qualcuno forse desiderava che non si arrendesse.
Nel tentativo disperato di continuare a respirare, cercò di sollevarsi utilizzando come appoggio il manico della spada al quale era sempre rimasto aggrappato, ma questo cedette di colpo abbassandosi di un palmo.
Preso alla sprovvista, perse l’appoggio finendo sott’acqua con la bocca aperta. Bevuta una copiosa sorsata, per un istante si
sentì soffocare ed iniziò a tossire violentemente quindi, sorretto dall’istinto di sopravvivenza, cercò disperatamente di ritrovare a tastoni quell’impugnatura, ma questa sembrava essersi sollevata perché la sua mano non riusciva più a raggiungerla. Ad un tratto si accorse che non era la spada ad essere salita, ma lui ad essere sceso: il livello dell’acqua si era abbassato e stabilizzato.
Il ragazzo non aveva potuto accorgersene, a causa del buio, ma il baule aveva fatto un mezzo giro su sé stesso aprendo
un grosso buco alle sue spalle.
Sbattendo vigorosamente le gambe emerse con la bocca e respirò profondamente, quindi cercò di ragionare: cosa poteva
essere accaduto? Come mai l’acqua non era arrivata fino al soffitto? Ormai mancava soltanto lo spazio della sua testa.
Non riusciva a darsi una risposta ma non se ne curò: l’importante era che ciò non fosse successo. Poi, ad un tratto, con le pupille che nel frattempo si erano abituate all’oscurità, scorse sotto i suoi piedi uno strano bagliore in direzione del baule.
Riempì i polmoni più che poté e si immerse.
Aiutandosi con le braccia si avvicinò a quella luce e vide una apertura che prima non c’era. Valutando che fosse abbastanza
ampia, pur non sapendo dove lo avrebbe portato, decise di attraversarla.
Giunto dall’altra parte, una lontra che stava inseguendo un pesce gli guizzò accanto sfiorandolo e sparì. Alzò gli occhi
verso l’alto e capì di essere all’aperto.
Con i polmoni che se avessero potuto avrebbero urlato il loro bisogno d’aria, trovò le forze necessarie per riemergere. Quando la bocca incontrò l’aria, con un rantolo sibilante
inspirò con tutta la forza che racimolò.
Poi, battendo i denti per il freddo, si guardò intorno e nonostante una densa nebbia capì di essere finito nel fossato del castello ed era l’alba: il sole stava iniziando a sorgere.
Si avvicinò al muro di cinta e cercò il punto più adatto per scalarlo. Trovati alcuni spazi sufficientemente larghi, tra un
pietrone e l’altro, per inserire le punte dei piedi, iniziò ad arrampicarsi.
Il primo tentativo fallì: una mano perse la presa e Bernardo tornò in acqua con un gran tonfo.
Senza perdersi d’animo, ci riprovò e questa volta tutto andò liscio. Una volta all’asciutto, si lasciò cadere a terra e ringraziò
il cielo: non avrebbe avuto la forza per provarci ancora. Ripreso fiato si alzò e a passo lesto si diresse verso la casa del
Maestro. Quando arrivò ebbe soltanto la forza per bussare una volta, prima di cadere a terra sfinito.
L’alchimista sbirciò fuori dall’apposito forellino e quando vide di chi si trattava, si precipitò ad aprire esclamando: – Ragazzo!
Per la coda di un demone con il mal di pancia, da dove salti fuori? Non era da qui che ti aspettavo! E perché sei tutto bagnato? Bernardo? Bernardo! Non mi sembra questo il momento di dormire e neppure il luogo. Entra prima che ti prenda un malanno e raccontami tutto, che non sto più nella pelle… anche perché giusto quella mi è rimasta – commentò il vecchietto ridacchiando, felice nel vedere il giovane sano e salvo.





