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21
– Stavo venendo a mettervi in guardia dalle intenzioni malvagie dello zio di Bernardo – spiegò Dorotea, ostentando una sicurezza non comune per una ragazza di quella età e sostenendo con altrettanta decisione lo sguardo vispo dell’anziano alchimista.
– Come sarebbe a dire? – esclamò stupito l’uomo dalla folta capigliatura argentata.
– L’altra volta era lui a metterci in guardia dall’Arcivescovo e adesso… –
– Quello fu soltanto un semplice espediente – lo interruppe Dorotea – per evitare che Bernardo venisse arrestato. Voleva
che riuscisse a prendere ciò che stava cercando. – Poi, rivolgendosi direttamente al ragazzo: – E visto che questa notte ci sei riuscito, vuole portartelo via –.
– E tu come fai a sapere di questa notte? – s’intromise nuovamente e prontamente il Maestro.
– L’ho sentito dire da Massalia in persona, ma come lo abbia saputo lui non domandatemelo, questo proprio non lo so – rispose senza esitazione la ragazza portandosi la mano destra sul dente di gatto che le pendeva al collo. Un gesto,
questo, che non sfuggì all’alchimista: il ciondolo, pensò, doveva essere un amuleto e perciò in quel momento le occorreva l’aiuto della sorte. Forse temeva che
i suoi interlocutori si accorgessero che stava mentendo.
– Evidentemente il prete mi ha scoperto e ha cercato di impedire che ve lo raccontassi – spiegò Dorotea. – Ma Bernardo è stato meraviglioso e mi ha salvato la vita. –
Sul viso del giovane iniziarono ad alternarsi varie espressioni, da quella del merluzzo cotto a quella dell’allocco e neppure
questo sfuggì all’attento Maestro, che non poté fare a meno di riflettere ancora: “A volte quel ragazzo è come il letto di un
ruscello: l’acqua che gli scorre sopra non è mai la stessa eppure la sua forma non cambia. Le sue smorfie non sono mai le stesse, ma l’espressione è sempre quella del babbeo”.
– Se non ci fosse stato lui, ora chissà cosa ne sarebbe di me – concluse con aria mesta la bionda creatura.
– E… cosa mai avrebbe rubato Bernardo? – chiese l’anziano con tono sornione.
– Ho sentito che Massalia parlava di una… Tavola o comunque qualcosa che ha a che fare con uno smeraldo dai poteri magici. Ma non sono del tutto certa. –
Il Maestro la fissò un momento in silenzio, come a cercare le parole più adatte per parlare: – Già, e fai bene. Infatti non… –.
– Vuoi vederla? – chiese ingenuamente il ragazzo con aria angelica interrompendo l’alchimista, che sembrava non avere
neppure udito. – Proverai qualcosa che non ti immagini nemmeno. –
– Oh, certo! Sarebbe fantastico – rispose la ragazza.
Il Maestro, ancora con la bocca spalancata, dovette fare appello a tutta la sua pazienza e saggezza per non esplodere.
Era evidente che quella ragazza stava tramando qualcosa di losco, ma Bernardo era troppo distratto da quello che credeva amore per accorgersene. Come tutti i ragazzi della sua età si era semplicemente lasciato rapire dalla bellezza fisica e Dorotea, la sua smisurata bellezza, aveva imparato a sfruttarla molto bene.
Se recuperare la Tavola di smeraldo era stato difficile, riuscire a non perderla lo sarebbe stato molto di più: Bernardo, adesso, avrebbe dovuto fare i conti con il diavolo in persona.
Dorotea allungò la mano verso il baule, ma Bernardo la fermò: – Aspetta. Non è un oggetto qualsiasi, non gettare al vento
questo momento per la fretta o per soddisfare una semplice curiosità –.
La ragazza, non capendo cosa intendesse dire, accennò un sorriso di circostanza fremendo per l’impazienza di mettere
le mani su quella lastra di smeraldo che l’avrebbe resa ricca e immortale. – Va bene Bernardo, allora fallo tu quando pensi
che… sia il momento giusto. –
Il giovane sollevò lentamente il coperchio ma questa volta non guardò la Tavola: si sorprese ad osservare il viso di Dorotea,
che inaspettatamente rimase inespressivo.
– Fissala bene e dimmi esattamente cosa provi – chiese Bernardo sperando di essersi sbagliato.
– In verità non provo nulla, – rispose delusa la ragazza – mi aspettavo qualcosa di più… insomma, di più bello. Non è una
gran gemma, non brilla neppure. –
Il ragazzo provò un gran senso di delusione e amarezza e nella sua testa risuonò immediatamente la voce del Maestro: “…
chi dentro di sé ha soltanto il vuoto non potrà vedere nulla… l’odio e l’egoismo distruggono ogni cosa…”. No, non era possibile! Non poteva essere che Dorotea fosse malvagia. Lui provava amore vero per lei, di questo era sicuro. “Ma allora perché è rimasta indifferente?” si domandò.
– Bernardo, cosa significano quelle frasi incise sopra? – chiese ad un tratto la ragazza. – Sono scritte in uno strano modo,
non le capisco. Di che lingua si tratta? –
– È arabo. Ermete Trismegisto era un egiziano. –
– E tu come fai a capirle? –
– Nell’anno 1250 furono tradotte dall’arabo al latino e il Maestro possiede la traduzione. –
– E allora? Qual è il loro significato? –
– Non lo so. Ancora non so… cosa significhino – rispose Bernardo che a questo punto non sapeva più come comportarsi.
– Allora mi hai mentito: non possiedi alcuna traduzione. –
– Un conto è poterle leggere, un altro è capirne il significato. –
La ragazza, spazientita, lo obbligò a guardarla negli occhi e ripeté la domanda con un tono molto più deciso e cattivo: –
Cosa vogliono dire, Bernardo? Qual è il segreto di questa Tavola? Rispondi e non cercare di ingannarmi ancora, tanto prima o dopo dovrai cedere. Non puoi resistermi, nessuno lo può –.
Il giovane sentì una vampata di calore infuocargli il viso e le sue palpebre iniziarono a sbattere senza controllo. Ad un tratto, si trovò in balia di una misteriosa forza che lo stava spingendo ad ubbidire. Avrebbe voluto dire di no, ma non ci riusciva.
– Forza Bernardo, è la ragazza che ami a chiedertelo, non puoi dirle di no. Hai rischiato la vita per lei, che vuoi che sia questo. –
Il ragazzo cercò in tutti modi di resistere e strizzando forte gli occhi scrollò la testa come a voler gettare via quella strana sensazione nello stesso modo in cui ci si libera dell’acqua dai capelli poi, riacquistato il controllo di sé stesso, disse: – No Dorotea, è inutile. E anche se te lo dicessi non servirebbe a nulla: quella Tavola per te rimarrebbe sempre e soltanto una semplice lastra di vetro –.
– Che vuoi dire? Non capisco – chiese la giovane con un’aria decisamente contrariata.
– Questo smeraldo riflette i sentimenti di chi lo sta guardando, gli fa vedere ciò che ha dentro e tu… dentro hai soltanto
il buio. –
– Come osi dire questo?! – scattò Dorotea, arrabbiata più per la resistenza che stava incontrando che per quell’affermazione,
strofinando ancora una volta, con le dita, l’amuleto incastonato nella sottile ghiera d’oro.
– Ti ho visto quando guardavi lo smeraldo e non è accaduto nulla. –
– E cosa mai sarebbe dovuto accadere? –
– Non ha importanza! – rispose con aria triste Bernardo. – Quello che importa è che… non è accaduto. –
Dorotea divenne rossa in volto per la rabbia: – E va bene, – ringhiò – se non me lo vuoi dire tu capirò da sola quel maledetto segreto –. Detto questo, diede uno
spintone al ragazzo facendolo da parte, afferrò la Tavola e cercò di scappare.
Bernardo, con uno scatto fulmineo la raggiunse e la fermò afferrandola per i lunghi capelli. La ragazza, per nulla intimorita, si voltò e cercò di graffiarlo in pieno viso ma il giovane fu più veloce di lei e, senza perdere la presa, schivò il colpo.
Dorotea, invasa da una collera che stava rasentando la follia, non si diede per vinta e, con la Tavola sempre ben salda in una mano, provò nuovamente ad affondare le
unghie dell’altra negli occhi dell’avversario, ma ancora una volta fallì: Bernardo riuscì ad afferrarla per il polso che quasi
stritolò, per contrastare quella furia.
Per il dolore la ragazza si lasciò sfuggire un grido che echeggiò come il verso di un falco caduto nella trappola del cacciatore.
– Lasciami stupido di un ragazzo, mi stai facendo male! Tanto non potrai mai vincere contro di me – protestò a denti stretti la preda.
– Ti sbagli invece: io vincerò perché ti amo e non ti voglio perdere. –
La ragazza a quel punto non poté fare a meno di ridere: – Ma cosa stai dicendo? Se potessi ti ucciderei senza neppure pensarci e tu… ti ostini a dire di amarmi? Devi essere pazzo, Bernardo! –.
– Può darsi, ma adesso rimetti nel baule la Tavola, ti prego – la supplicò il ragazzo.
– Ti prego… – gli fece il verso Dorotea – non ci penso nemmeno. Toglimi le mani di dosso tu, invece. –
– No. Non posso lasciarti sbagliare ancora. Oggi ti ho salvato da quell’uomo ed ora ti salverò dal demonio, se sarà
necessario. –
– Tu non hai salvato proprio nessuno! Quell’uomo l’ho pagato perché fingesse di aggredirmi e ci sei caduto come un pollo:
“Arrivooo! Lasciatela, brutto bestione…” ah, ah, davvero divertente. –
– Non è vero, stai mentendo soltanto per farmi rabbia. –
– Pensa un po’ quello che vuoi, ma a me serviva un pretesto per entrare qui e rubare lo smeraldo. –
– Perché ti interessa tanto quella Tavola? –
– Ma come? Hai rischiato la vita per averla e adesso domandi a me perché mi interessa? Dovresti saperlo: perché mi renderà
ricca ed immortale. –
– Oh no, ti sbagli! Non ha alcun potere su chi è guidato dall’egoismo e dall’odio. Devi cambiare prima, altrimenti… –
– Sei un osso più duro di quanto credessi… – lo interruppe la ragazza che nel frattempo continuava a cercare di liberarsi.
– Berenice ha proprio ragione. –
– Chi è Berenice? – chiese Bernardo mutando espressione.
Dorotea si maledisse per aver parlato a sproposito e zittì il ragazzo con un brusco: – Non ti interessa –.
“Ma interessa a me” pensò il Maestro che dal piano superiore aveva udito ogni cosa. “Dunque, è proprio come stavo iniziando a sospettare. Conosco bene quella donna… ci sta mettendo i bastoni fra le ruote usando il curato Massalia come un burattino.” L’alchimista fece una smorfia e rimase
pensoso per alcuni istanti, poi decise di andare ad affrontare lui stesso quella strega.
Prima di andarsene, però, lasciando Bernardo alla prese con quell’arpia, già con i piedi sulla soglia di casa, gridò in direzione del laboratorio e rivolto al giovane: – Il dente, ragazzo, il dente di gatto appeso al collo, è da quello che trae la sua forza –. Quindi uscì frettolosamente dimenticandosi
di chiudere la porta.
– Ecco perché continui a toccarlo! – commentò Bernardo riferendosi all’amuleto della giovane, rivolto più a sé stesso
che a Dorotea. “Ma come posso portarglielo via se le mani le ho entrambe impegnate a trattenere questa furia?” pensò.
“Se le lascio libera la testa è capace di mordermi
come una bestia feroce.”
– E tu Bernardo? Da dove attingi la tua forza? – chiese la ragazza a denti stretti e con i muscoli sempre tesi pronta a sfruttare anche un minimo errore del ragazzo. – Se sei davvero così leale come dicono devi darmi la possibilità di combattere ad armi pari. Qual è il tuo amuleto? –
– Il mio non puoi vederlo perché è dentro di me, fa parte di me, perciò nessuno potrà mai portarmelo via. È una forza che
ho sempre avuto, ma che non sapevo di avere fino a quando la Tavola di smeraldo non l’ha illuminata. –
Distratta da quella voce, pur senza riuscire a cogliere il significato delle parole, la ragazza non riuscì a prevenire le intenzioni del giovane che, fulmineo come un cobra, le staccò con la bocca il piccolo dente che poi sputò lontano fra sassi e anfratti.
– Maledettooo!!! – urlò in preda alla disperazione la ragazza lasciando cadere in terra la Tavola, come se fosse cessato di
colpo un incantesimo.
Bernardo si affrettò a raccoglierla lasciando che Dorotea, inveendo e vomitando formule magiche, si precipitasse alla
ricerca dell’amuleto; l’unica cosa che gli importava era lo smeraldo. Si accertò che non si fosse rovinato cadendo e lo ripose con cura nel baule.





