La Tavola di smeraldo – 23° capitolo

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23

 

 

 

Il Maestro bussò un paio di volte e attese che la fattucchiera aprisse.

La donna, trasandata più che mai e con l’aria sconvolta come sempre, lo guardò un istante ed esclamò: – Finalmente sei

arrivato! –.

– Perché? Mi stavi forse aspettando? –

– Certo! Sono o no una potente strega? –

– Affatto, sei soltanto una potente imbrogliona che passa il suo tempo a raggirare il prossimo. Ma puoi imbrogliare tutti

tranne me, e questo lo sai perfettamente. Perciò sapevi che prima o poi mi sarei fatto vivo. Altro che stregoneria! Comunque, la conferma che dietro a tutti i miei guai ci fossi tu l’ho avuta quando quella Dorotea, che stai usando per circuire

Bernardo, ha fatto il tuo nome. –

– Lo sapevo! Quella ragazza ha tante buone qualità, ma non sarà mai una vera strega. È troppo impulsiva. –

– Buon per lei. E adesso dimmi cosa stai cercando di fare? Cosa vuoi esattamente? –

– Semplice, uccidere Carlo Borromeo. –

L’anziano alchimista trasalì. – Perché mai vorresti veder morto l’Arcivescovo? –

– Perché è potente e sta lottando con tutte le sue forze contro il male e lo devo fermare prima che lui fermi me. –

– E a cosa ti serve la Tavola di smeraldo? –

– Ti facevo meno ottuso, mago Merlino dei miei stivali. –

– Io non sono Merlino, non sono mago e la Tavola di cui mi sto occupando non è neppure… rotonda. Non posso sapere cosa covi in quella testaccia marcia. –

– Quello smeraldo un tempo fu degli Umiliati e da quando hanno saputo che tu stavi per ritrovarlo mi hanno chiesto di tenerti d’occhio ed io non mi sono lasciata sfuggire questa magnifica occasione. Ho promesso loro che una volta ritrovato glielo avrei restituito, ma ad una condizione: avrebbero dovuto uccidere l’Arcivescovo.

Loro, naturalmente, hanno accettato, visto che quell’uomo non vuol distruggere solo le streghe, ma anche quei frati. Li vuole annientare, in poche parole. Non li considera degni di vestire quell’abito… ma il perché e il per come sono affari suoi e dei frati, a me interessa soltanto che, stando così i fatti, posso ottenere ciò che voglio. –

– Ma gli Umiliati come hanno saputo che… –

– L’ho detto che sei ottuso povero… Merlino – continuò a punzecchiarlo la donna. – Sei stato proprio tu a farglielo

sapere, non rammenti? Un giorno parlasti con uno di loro e loro mi hanno subito informata. Abbiamo un buon rapporto

noi. –

– Allora non mi meraviglio che l’Arcivescovo li perseguiti. Ma perché – riprese dopo una breve pausa – Dorotea vuole sapere il significato delle frasi incise su quello smeraldo? Il frate con cui ho parlato io, responsabile della fine del suo ordine,

lo conosce molto bene, o sta vivendo da talmente tanto tempo che se lo è dimenticato? –

– Beh, prima di disfarmene ho intenzione di servirmene anch’io. –

– Allora stai perdendo tempo – la interruppe brusco – Quella Tavola non avrà alcun potere su di te. –

– Non occorre che mi spieghi la sua storia, la conosco protestò rauca la megera. – Nessun malvagio può comprenderne

il segreto; per questo mi occorre Bernardo, stramaledizione! Quando avrà svelato il segreto a Dorotea, Dorotea lo ucciderà, così come io adesso ucciderò te, vecchiaccio rompiscatole. Da questa casa non uscirai più… almeno su quei due rami secchi che ti ritrovi al posto delle gambe. –

– E Massalia? Anche quel prete vuoi eliminare? –

– Non è necessario. Chi non ha cervello non è un problema. Un po’ di elisir e potrà continuare a servirmi ancora per un

bel pezzo. Anche dovesse vivere in eterno non corro il rischio che possa diventare intelligente. –

– Dorotea è a conoscenza del tuo scellerato piano? – domandò apparentemente calmo il Maestro.

– Certo! Entrambe sappiamo bene cosa pensa Borromeo delle streghe e quando la preda ha la possibilità di eliminare il cacciatore non può che essere d’accordo. –

“Ma Dorotea non è una vera strega. L’hai detto anche tu” pensò il vecchietto che iniziava a sentirsi come una mosca

nella tela del ragno. “Quindi non è una preda e questo potrebbe essere un vantaggio… per me. Speriamo solo che se ne renda conto in tempo.”

 

 

I due ragazzi aprirono il baule insieme e insieme vennero investiti dal magico bagliore dello smeraldo.

– Bernardo, che cos’è? – chiese quasi spaventata la giovane.

– È quella forza che credevi di non avere e che finalmente hai permesso alla Tavola di illuminare. Tu non sei cattiva Dorotea,

hai soltanto lasciato che qualcuno te lo facesse credere. Guarda, le nostre due forze si sono unite e la luce è molto più

intensa. Se potessimo diventare tre, quattro o addirittura centinaia o migliaia… a guardare questo smeraldo il mondo sarebbe un immenso globo di luce e le tenebre dell’odio sparirebbero. – Poi, dopo un attimo di silenzio, il ragazzo continuò dicendo: – Bene, ora anche tu sei in grado

di decifrare le frasi. Leggile e ti sembreranno semplicissime. Se vuoi puoi portarla via –.

– No, ormai non posso più tornare da Berenice, mi ucciderebbe come vuol fare con… – La ragazza lasciò la frase a metà e sbarrò gli occhi: – Dobbiamo fermarla! –.

– Ma chi è Berenice? –

– È un’orrenda strega che vuole uccidere l’Arcivescovo Carlo Borromeo. –

– Un momento, il Maestro se ne è andato subito dopo che tu facesti quel nome – disse in tono riflessivo Bernardo.

– Se si è recato da lei è in pericolo anche lui. Da quella casa non uscirebbe vivo – confermò Dorotea intuendo il pensiero

del ragazzo.

– Allora dobbiamo salvarlo, forza. –

– E quell’uomo che hai fatto sparire? Che fine ha fatto? –

– Oh, santo cielo! Me lo stavo scordando. Comunque non ho fatto sparire nessuno, non ho questo potere. Dammi una

mano, tanto ormai di te mi posso fidare.

– Bernardo si affrettò a spostare la pietra che copriva la botola e scese nel cunicolo dicendo: – Io lo spingo su, quando riesci

ad afferrarlo tiralo su –.

– Ma cos’è questo buco? Dove porta? – chiese sorpresa Dorotea.

– Un’altra volta, ora non c’è tempo per le spiegazioni. –

Il birro fu portato all’esterno, lontano dalla casa e, dopo una sonora botta in testa, venne liberato: – Quando si sveglierà

saremo già lontani. Ora corriamo a prendere la Tavola e filiamo da questa Berenice: lo smeraldo potrebbe esserci utile– ordinò sicuro di sé il giovane, prima di chiedere: – Dove si trova la tana di quella strega? –.

– Non molto vicino, purtroppo. –

– Allora dovremo farci spuntare le ali ai piedi se vogliamo arrivare in tempo. –

– Non occorre; – fece la ragazza sorridendo – quando sono venuta qui ho nascosto tra la boscaglia il carretto con l’asino.–

Bernardo si fermò per un istante a guardarla e, con il viso che si colorò di porpora, la baciò sulle labbra. Poi, prendendola

per mano e trascinandola via, gridò: – Andiamo! –.

– Ehi, un momento, così mi fai cadere – protestò ridendo Dorotea.

Giunti a destinazione, i due si chiesero in che modo avrebbero agito. – Dammi la Tavola, Bernardo. Entrerò da sola – propose la ragazza. – È meglio non rischiare. Tu rimani nascosto qui fuori e stai pronto ad intervenire, lascerò l’uscio soltanto accostato. –

–Va bene – acconsentì il ragazzo, che passò la borsa contenente lo smeraldo a Dorotea.

La ragazza la mise a tracolla e bussò. Berenice, quando vide la fanciulla con la borsa, fece bella mostra di tutto il tartaro e

le carie che ricoprivano i pochi denti che le rimanevano, in un fetido sorriso. – Dammela! – disse quasi strappandole il sacco di dosso.

– E chiudi bene la porta, abbiamo visite. Non vorrei che qualcuno ci disturbasse. –

 

– Caro il mio Maestro, – disse la fattucchiera

estraendogli sotto il naso lo smeraldo dalla borsa – come vedi la mia allieva è stata più brava del tuo. Arrenditi, hai perso. –

L’alchimista per un attimo credette davvero

di essere arrivato al termine della propria esistenza, ma qualcosa che notò sul corpo di Dorotea gli ridiede ottimismo: l’amuleto era scomparso. Forse Bernardo non aveva fallito. Purtroppo per lui, però, svanito l’entusiasmo per la conquista della Tavola, se ne rese conto anche la strega:

– Dove hai messo il dente di gatto, Dorotea? – chiese irrigidendosi Berenice.

La ragazza portò istintivamente la mano sotto la gola, maledicendosi per non averci pensato: – Io… non lo so, devo averlo perso durante la lotta con quello stupido ragazzo –.

– E… lo stupido che fine ha fatto? – volle sapere la fattucchiera.

– Morto – rispose semplicemente Dorotea.

La donna diede ad intendere di crederle e cambiò discorso.

La ragazza, rilassandosi, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Poi, indicando il vecchio seduto vicino, domandò: – Che ne facciamo adesso di lui? –.

– Semplice, come hai ucciso Bernardo, ora ucciderai anche lui– rispose porgendole un pugnale. – Un colpo solo, dritto

al cuore. –

La ragazza non si mosse e la strega s’innervosì. Appoggiò lo smeraldo sul tavolo ed esortò nuovamente Dorotea a procedere:

– Avanti, che ti prende? O tu uccidi lui o io… ucciderò te –.

A quel punto la figura di Bernardo, illuminata dalla fiamma del camino, si stagliò nella stanza e tuonò: – Voi non ucciderete proprio nessuno, signora –.

– Signora?! Mi ha chiamato signora! È la prima volta che qualcuno mi chiama così. Solitamente mi dicon strega, megera, fattucchiera, serpe, arpia, ma signora… devo ammettere che fa un certo effetto. Meriti un po’ di riguardo, ti lascerò qualche attimo di vita in più: morrai per secondo,

ah, ah, ah! Anzi, farò di più: prima… concederò a te l’onore di ammazzare il vecchio. –

Il ragazzo, cercando di mantenere la calma, disse: – Maestro, Dorotea, lasciamo pure che questa pazza farnetichi. Noi prendiamo lo smeraldo e usciamo di qui –.

– Voi non andrete proprio da nessuna parte. Nessuno dei tre uscirà vivo di qui – decretò la strega lanciando sulla fiamma

una grossa manciata di zolfo mischiata ad un’altra strana polvere bianca che obbligò i tre malcapitati a coprirsi gli occhi con il dorso della mano per la luce accecante che provocò.

Quando il bagliore diminuì, Berenice, tra lo stupore di tutti, era scomparsa.

Poi, all’improvviso, riapparve alle spalle di Bernardo che ricevette un terribile colpo alla nuca seguito da un violento spintone che lo scagliò contro il muro, facendolo accasciare a terra privo di sensi.

Quindi, la strega si girò verso Dorotea e prima che questa glielo potesse impedire le mise al collo un nuovo e più potente

amuleto, un pesante medaglione, e le cosparse

il capo di cenere. Al termine sputò in terra tre volte e recitò una formula magica.

La ragazza iniziò a tremare e sentì di essere nuovamente alla mercé di quella donna orribile.

– Ora togli la vita a quel ragazzo e bevine il sangue. In questo modo la sua forza passerà in te – le ordinò Berenice mettendole in mano il pugnale.

– Non darle retta Dorotea, non farti usare come una marionetta. Usa la tua testa… –

– Taci, vecchiaccio della malora! – Poi, rivolta nuovamente a Dorotea, urlò: – Uccidiloooo!!! –

La ragazza si avvicinò a Bernardo e si chinò su di lui. Lo guardò per un istante e cercò di pugnalarlo; qualcosa la spingeva a farlo, ma nello stesso tempo qualcosa d’altro la stava trattenendo. Il braccio che brandiva il coltello era come paralizzato: provò a sollevarlo ma non ci riuscì.

– Dorotea, ricordati che sei una strega – gridò ancora Berenice – e le streghe non hanno esitazioni quando devono uccidere.

Provaci e il piacere di farlo non ti abbandonerà più per tutta la vita. –

– No, ragazza, tu non sei una strega e se lo facessi sarebbe il rimorso a non abbandonarti più – riuscì a dire il vecchietto

prima che un sonoro ceffone lo facesse cadere dalla sedia.

La ragazza fece per voltarsi verso quelle voci, entrambe autoritarie, ma il suo sguardo si fermò sulla Tavola di smeraldo. Subito sentì una forte vibrazione che la scosse

dalla testa ai piedi, come se qualcuno stesse combattendo dentro di lei. Rimase immobile per un po’ e ad un tratto: – No! – scattò alzandosi e strappandosi dal collo l’amuleto.

– Allora lo farò io, inutile rifiuto umano. Di te mi occuperò più tardi – ringhiò la strega portandole via il pugnale dalle

mani e gettandosi sul corpo ancora immobile del ragazzo.

Dorotea, presa dalla disperazione, non sapendo che altro fare, si scagliò a sua volta su di lei a mani nude cercando di impedire l’omicidio e poco dopo, avvinghiate l’una all’altra, iniziarono una macabra danza sul pavimento.

Il Maestro avrebbe voluto intervenire, ma alla sua età non poteva certo buttarsi nella mischia per dividere due belve, perciò decise di rendersi utile indirettamente: si alzò e cercò di rianimare Bernardo.

Nel frattempo Berenice riuscì a vibrare un paio di colpi in direzione di quella leonessa inferocita, ma entrambi andarono a vuoto e il coltello colpì soltanto il pavimento.

Poi, ad un certo punto la ragazza riuscì ad afferrare la mano della strega che brandiva l’arma e cercò, con tutte le sue

forze, di allontanarla da sé.

Il Maestro intanto continuava a scrollare Bernardo, ma nulla da fare: sembrava morto. Ad un tratto, l’idea: forse sapeva

cosa fare. Prese una delle torce appese al muro e diede fuoco alla gonna di Berenice, che in quel momento si trovava sopra

Dorotea, in un abbraccio grottesco. La strega, percependo il calore del fuoco sulle gambe, ebbe un attimo di smarrimento

prima di schizzare in piedi, avventatamente: la mossa permise infatti alla fiamma di avvolgerla come una pianta rampicante.

Pochi istanti, quanti ne bastarono al fuoco per raggiungere lo zolfo che aveva nelle tasche e la strega si trasformò in una sfera di luce.

Facendo dei versi che nulla avevano di umano, quella meteora vivente si precipitò fuori di casa e si gettò nel Lambro

che scorreva a pochi passi da lì, lasciandosi spegnere dall’acqua e trascinare via dalla corrente.

Il Maestro, con aria divertita, la seguì fisicamente fino all’uscio e poi l’accompagnò con lo sguardo fin quando poté. A quel

punto, soddisfatto, rientrò in casa e solo allora si rese conto di ciò che realmente era accaduto.

Accanto a Bernardo, ancora privo di sensi, la ragazza giaceva in una pozza di sangue.

Fortunatamente respirava ancora, ma non c’era un attimo da perdere. L’alchimista iniziò a prendere a sberle il ragazzo

che finalmente aprì gli occhi.

La sua vista era un po’ annebbiata e il dolore alla testa ancora forte, ma quando vide la ragazza in fin di vita tutto sembrò

svanire miracolosamente: – Oh, no! Cosa è accaduto? –.

– Lascia perdere adesso – rispose in tono sbrigativo l’anziano, intento a tamponare alla meglio la ferita della giovane. –

Ci sono cose più urgenti da fare, come trasportare Dorotea nel mio laboratorio. Qui non ho nulla per aiutarla. Dobbiamo ottenere l’elisir, è l’unico modo per salvarle la vita, può guarire ogni malanno, ma occorre del tempo, almeno quanto ne impiega il sole per compiere un giro completo.

Perciò ti consiglio di pregare affinché resista fino a quel momento: la lama le ha trafitto un fianco ed è molto grave. –

Bernardo, singhiozzando, attese che il Maestro terminasse la medicazione e recuperasse la Tavola poi, prendendo delicatamente Dorotea fra le braccia, la sollevò e la trasportò fino al carretto trainato dall’asino con il quale erano arrivati.

 

 

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