La Tavola di smeraldo – 4° Capitolo

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4

 

Rimasto solo, nella canonica, Massalia andò con passo deciso nella stanzetta che fungeva da cucina e si diresse senza esitazione verso un piccolo armadio di legno massiccio ed intarsiato. Prese una chiave con la testa ad anello, che teneva

sempre con sé in una tasca dell’abito talare e lo aprì. Controllò per un istante il contenuto e infine, soddisfatto, tirò fuori

un’ampolla di vetro soffiato dal collo lungo e stretto, piena per metà di un liquido trasparente e di colore verde scuro.

Tolse il tappo, anch’esso di vetro e, con aria beata, annusò il profumo che emanava.

Tra le mani aveva un distillato di erbe ad altissima gradazione alcolica. L’odore, forte ed intenso, lo rassicurò: per un attimo aveva temuto che lo spirito fosse evaporato.

Beveva quel liquore raramente e soltanto quando aveva qualcosa da festeggiare; quella mattina, secondo lui, si erano

appena verificati i presupposti per lasciarsi andare a tale comportamento.

Prese un bicchiere, lo riempì per due terzi e dopo aver richiuso la preziosa ampolla, lo portò alle labbra ma senza toccarlo.

Ebbe un attimo di indecisione, come se all’ultimo momento si fosse pentito di ciò che stava facendo. Ma non fu così: riaprì la bottiglia e finì di riempire il bicchiere, sfruttandone al massimo la capienza. A quel punto, finalmente, si

concesse due generose sorsate, che gli fecero bruciare la gola. Strizzò gli occhi per un momento e poi, dopo essersi asciugato la bocca con il dorso della mano sinistra, si affrettò a riporre il distillato nell’armadietto. Fece scivolare la chiave in tasca e, tornato a sedersi, finì di sorseggiare tranquillamente quella bevanda infernale.

– Questa roba è degna del demonio – commentò appagato fissando il bicchiere vuoto che stava facendo rigirare tra le dita dopo aver scolato anche l’ultima goccia.

 

Bernardo, anche se non voleva darlo a vedere, si stava innervosendo: il Maestro continuava ad interrompere il racconto per andare a mescolare quell’intruglio misterioso che, adesso, iniziava anche ad emanare un odore piuttosto sgradevole.

Ad un tratto si fece coraggio e chiese: – Si può sapere cos’è quella brodaglia che sta sbuffando nel crogiolo e che voi continuate a coccolare come fosse un

neonato? –.

– Tutto a suo tempo figliolo, tutto a suo tempo. La pazienza è la virtù dei forti, lo sapevi? È con quella che si vincono le

guerre. La fretta serve soltanto a farti perdere prima – bofonchiò il vecchietto, senza accelerare minimamente ciò che stava facendo. Poi, girata sottosopra una grossa clessidra piena di sabbia, tornò a sedersi.

– Allora, dove ero rimasto? –

– Stavate dicendo che credete di sapere dove si trova la Tavola di smeraldo. –

– Ah, sì. La Tavola. Ho passato tutta la vita cercando di scoprire dove fosse andata a finire senza capirci un accidente

poi, circa quattro anni or sono, quando ormai la speranza mi stava abbandonando, mi è capitato fra le mani un vecchio manoscritto che mi ha dato nuova speme. Un’antica pergamena che credo di avere sempre avuto sin da quando ero

giovinetto, più o meno come te, ma alla quale, a quei tempi, non davo importanza.

Da ragazzo avevo il tuo stesso difetto: avevo sempre una gran… f r e t t a – disse scandendo ogni lettera di quell’ultima

parola. – Leggevo in modo superficiale, senza attenzione, senza soffermarmi a pensare. La smania di tirar subito le conclusioni mi rendeva orbo15. In quel documento si racconta la storia di un ordine di frati: gli Umiliati. Tu sai chi sono,

suppongo? –

– Sì, ne ho sentito parlare. Molte cascine e pertiche di terreno appartengono a loro, credo – rispose sicuro Bernardo.

– Un tempo, ragazzo, ora non più. Hanno venduto quasi tutto – sottolineò il maestro.

– Non lo sapevo. –

– E c’è un’altra cosa che sicuramente non sai e come te credo molti altri: un tempo quei frati non erano affatto frati, bensì dei potenti e disonesti mercanti che svolgevano la loro attività con una avidità senza pari. Fino a quando, tirata troppo la corda, furono cacciati oltralpe. Da allora viaggiarono per il mondo prima che, parecchi anni dopo, nel 1201 per l’esattezza, Papa Innocenzo III concedesse loro di tornare:

sembrava fossero completamente cambiati, tanto da entrare in una comunità di Benedettini e… umiliarsi filando la lana, tessendo panni per il volgo e governando in seguito molti ospedali. Da tutto ciò nacque il nome del loro ordine: gli Umiliati. Un cambiamento così radicale che oserei dire

miracoloso, non ti pare? –

– Credo di aver compreso cosa state cercando di dirmi: voi pensate che… forse… – fece il ragazzo un po’ titubante.

– Sì, Bernardo. Io penso che abbiano avuto a che fare con la Tavola di Ermete Trismegisto. –

– E allora? –

– E allora… oooh, per le corna di Belzebù! – divagò il Maestro, balzando in piedi come un ranocchio, dopo aver notato la parte superiore della clessidra completamente vuota. – Devo mescolare. –

– Mescolare, mescolare… andate avanti a raccontare invece, per amor del cielo! O rischio di diventare pazzo. –

– Se non mescolo, questa roba invece rischia di bruciare e allora sì che avresti un buon motivo per diventare pazzo. Perciò, pazienza figliolo. A proposito, ti ho già detto che la pazienza è… –

– … è la virtù dei forti. Sì, lo avete già detto – disse il ragazzo abbassando lo sguardo e vergognandosi un po’ per quel

suo comportamento.

– Non si direbbe, Bernardo. Non si direbbe proprio. Quasi mi vien voglia di continuare domani. –

– Oh no, no! Vi prego! Mescolate, mescolate pure. –

– Così va meglio – riprese poco dopo tornando a sedersi. – Allora, mi hai chiesto. Allora cosa? –

– Allora, se la Tavola è in mano a questi monaci, sapranno bene come farne buon uso. Anzi, lo hanno già fatto a quanto pare, se sono diventati buoni e aiutano tanti poveri. Perché volete portargliela via? –

– Non giungere a delle conclusioni affrettate come tuo solito, Bernardo. Il racconto non è ancora finito, siamo soltanto a metà. Io non voglio portare via niente a nessuno. I monaci, quella Tavola, non l’hanno più, e da almeno un secolo. Dopo

molte difficoltà sono riuscito a farmi ricevere da uno di loro, un monaco molto anziano, il più anziano di tutti. Ebbene, costui pare abbia centoventi anni e viva praticamente rintanato nella cella di un convento da almeno novanta. –

– In fondo, non è poi così anziano. È più giovane di voi! – commentò Bernardo.

– Più giovane di me?! Ma quanti anni credi che io abbia? – chiese stupito il Maestro.

– Centotrenta! Così almeno dicono tutti – rispose compiaciuto il ragazzo, come se stesse parlando di sé stesso.

– Bubbole, ragazzo! Bubbole belle e buone. Ne ho soltanto novanta… anzi no, ancora ottantanove credo. In che mese siamo? –

– Ottobre, signore. –

– Appunto, io sono nato a… novembre… no dicembre… no, no, novembre… oh, questa è bella! Non rammento più in che

mese sono nato. Bè, comunque non sono più di novanta, questo è certo. –

– Ah – fece in tono quasi deluso Bernardo.

– E adesso, se la finisci con queste baggianate, mi garberebbe raccontare ciò che mi ha riferito quel frate. Oppure, visto che

hai scoperto che sono solo un ragazzetto, non ti interessa più?–

– Oh, no, che dite! Andate avanti, vi prego. Mi interessa eccome! –

– Per farla breve, un predecessore di quel frate, durante l’esilio, trovò per caso la Tavola di smeraldo, in Francia. Era

l’anno 1200. Era molto intelligente e capì ben presto di avere tra le mani qualcosa di enorme valore, ma non quel tipo di valore che aveva sempre cercato. Un valore ben più grande. Passò del tempo, ma alla fine riuscì a decifrare le quindici frasi

incise su di essa e, grazie a questo, scoprì di essere un uomo molto diverso da tutti i suoi compari, che si prefisse di cambiare. Perciò decise di non confidare il segreto a nessuno per molti e molti anni.

Fu così che quei mercanti cambiarono totalmente. Quell’uomo, in seguito, fondò l’ordine degli Umiliati e continuò

a sfruttare segretamente la Tavola di Ermete Trismegisto per aiutare i poveri.

Poi, un secolo più tardi, con il perdurare della sua esistenza in vita in una condizione fisica decisamente anomala per un comune mortale, dovuta in realtà all’elisir, fu costretto a rivelare la sua scoperta ad un paio di confratelli che avevano intuito la causa di quella stranezza. Ma ancora mantenne il segreto su di una cosa: il luogo dove aveva nascosto la Tavola.

Quel segreto rimase tale per altri novant’anni. Soltanto in punto di morte prese la decisione di svelarlo. Ma, ahimè,

scelse il frate sbagliato che ben presto si arrese alla tentazione di trarre da quell’oggetto, per lui magico, un vantaggio personale. In un primo momento quei monaci si arricchirono smisuratamente ed iniziarono a condurre un tipo di vita alquanto sfrenata e per nulla consona al loro ordine e quando tutti, o quasi, furono storditi da quella finta felicità, la forza

misteriosa della Tavola di smeraldo iniziò a ritorcersi loro contro. L’ordine degli Umiliati iniziò così un lento ma inesorabile declino che sta continuando tutt’oggi. –

Dopo una breve pausa, durante la quale l’alchimista mescolò e rimescolò, Bernardo chiese: – Come mai, il monaco che

vi ha parlato, pur sapendo tutto ciò, non è riuscito a fare nulla? –.

– Perché fu proprio lui a combinare il guaio. La cosa gli sfuggì di mano. I frati erano tornati di colpo quello che erano sempre stati: degli avidi accumulatori di ricchezze. Quando tentò di riparare il danno fatto, ne combinò uno ancor più grosso: raccontò tutta la storia ad un monaco molto anziano, che non apparteneva al suo ordine, bensì a quello dei frati Neri, chiamati così per via del colore delle loro tuniche. Questi, però, si guardò bene dall’aiutare la pecorella smarrita, al contrario: intravide la possibilità di poter tornare giovane e, senza perder tempo, rubò la Tavola smeraldina. Da allora il nostro povero Umiliato non seppe più nulla, né del ladro né della Tavola. Fortunatamente, non gli aveva mai rivelato il significato delle frasi incise. Adesso è disperato e la sua disperazione è destinata a durare chissà quanto, con tutto l’elisir che deve essersi trangugiato. Ah, ah… poveretto.

Senza volerlo ha trovato il modo per espiare i suoi peccati. Come credo di averti già detto, a volte, essere condannati a vivere è peggio che esser mandati al rogo. –

– Ben gli sta, Maestro. –

– Una cosa è sicura, però: chi ha rubato la Tavola, novant’anni or sono, sappiamo che non lo ha fatto per nobili ragioni e quindi non può averla decifrata. Perciò, senza l’aiuto dell’elisir, non può essere ancora vivo, visto che già era anziano ai tempi

del misfatto. Quindi… –

– Quindi… – fece eco il ragazzo.

– Quindi, quella lastra di smeraldo deve trovarsi ancora dove quel monaco l’ha nascosta novant’anni fa. –

– E cioè? – chiese ansioso Bernardo.

– Un momento, ragazzo! Quanta fretta! Prima di tutto la brodaglia, come la chiami tu. Ricordati che la pazienza è… no,

questo devo avertelo già detto. L’ho detto, vero? –

– Sì, Maestro. Mescolate, mescolate pure. –

L’uomo poco dopo si girò verso Bernardo con l’aria pensierosa e ad un tratto disse: – Novembre! Sì, sì, sì, novembre. O

era dicembre? Per le corna di Belzebù, eppure una volta lo sapevo in che mese son venuto al mondo –.

 

 

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