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Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un aumento vertiginoso degli episodi di violenza e sopraffazione in molti ambiti della società. Le pagine di cronaca e i notiziari alla televisione sono pieni di storie di soprusi familiari e violenze psicologiche compiute spesso anche all’interno di relazioni intime o amicali. Un tipo di comportamento devastante per il benessere psicologico individuale è la violenza che viene esercitata sul posto di lavoro, il cosiddetto mobbing: con questo termine si intende una condotta aggressiva nei confronti di una persona che viene offesa e ripetutamente svalutata dai colleghi o da chi si trova a ricoprire una posizione superiore all’interno dell’azienda. La vittima subisce in silenzio angherie e vessazioni e, a lungo andare, potrebbe manifestare sintomi come attacchi di panico, ansia, malesseri psicosomatici fino a forme più o meno gravi di depressione. Recenti statistiche sostengono che una percentuale di queste vittime siano proprio le donne che, specie in seguito alla maternità, si trovano spesso a dover “fronteggiare” questi atteggiamenti al rientro al lavoro, momento fisiologicamente delicato per una neo-mamma.
Perché si instaura questo circolo vizioso?
Gli episodi di violenza spesso cominciano durante l’infanzia, magari siamo state prese di mira per essere state delle bambine paffute e un po’ goffe dai nostri compagni di classe; oppure sono stati proprio i nostri genitori, le persone che dovrebbero amarci più di qualsiasi altra persona al mondo che, più o meno consapevolmente, hanno utilizzato il senso di colpa o il ricatto per influenzarci. Una frase svalutante tipica è: “Se non fai come ti ho detto significa che non mi vuoi bene!”. Anche all’interno di una relazione sentimentale capita che il partner pensi di poter disporre dell’altro a suo piacimento, lo consideri un mezzo per esaudire le proprie aspettative. A questo tipo di violenza non è facile reagire, specie quando ci troviamo in una posizione asimmetrica sia per legame affettivo, come da bambine sia per condizione economica, ad esempio nei confronti di un superiore che potrebbe licenziarci.
Come si esce dunque da questo circolo vizioso?
Non è facile perché spesso chi usa queste modalità persecutorie nei nostri riguardi è proprio la persona da cui vorremmo essere apprezzati, amati e valorizzati. Come fare allora? Proviamo a riflettere insieme su alcuni punti.
1-Ricordiamoci che siamo delle persone degne di essere rispettate, amate e valorizzate. Nessuno potrà farlo se siamo noi le prime a svalutarci e a non credere in noi stesse. Potrebbe anche essere utile scrivere su un foglio le nostre qualità, i nostri punti di forza che ci rendono orgogliose di noi stesse. A volte la visualizzazione facilita il processo di consapevolizzazione.
2-Focalizziamo i nostri valori e principi e impariamo a rifiutare le richieste che vanno indirezione contraria: sostituiamo ad un infelice e compiacente “sì” un “no” sano ed assertivo .
3-Tutti gli individui hanno pari dignità, anche le mamme: anzi, spesso la loro proverbiale pazienza è una risorsa preziosa per l’azienda. Badate bene: pazienza non va confusa con sottomissione, aver regalato la vita ad un essere umano non è una colpa semmai una virtù!
4- Valorizziamo la nostra libertà: di scelta, di opinione, di comportamento, di combattere contro chi non ci rispetta.
E se tutto questo non basta per sottrarci alla violenza, allontaniamoci da quel rapporto, da quel lavoro, da quella situazione: anche se può sembrare una scelta estrema la nostra serenità viene prima di tutto!
MissChiaraluce






Bellissimo e utilissimo post. Alcune volte si cerca di ignorare certe situazioni. È un atteggiamento di comodo ma, alla fine, porta solo sofferenza.
@Eu: Credo tu abbia ragione. Non è bello nè sociale far finta che certi problemi non esistano. Mi piacciono molto i post di Miss Chiaraluce perché trova sempre aspetti interessanti su cui farci riflettere.