(Image from Google – “La Gioconda” di Leonardo da Vinci)
Essere donna non è semplicemente una questione di genere ma si lega indissolubilmente ad alcune caratteristiche che distinguono, a volte anche per stereotipi, la versione femminile dell’essere umano.
Fin da bambine, attraverso il processo di socializzazione in famiglia e nelle altre agenzie educative come la scuola, le bimbe apprendono presto le norme della buona educazione femminile e le competenze che vengono richieste ad una donna nella nostra società. Spesso veniamo accostate a dei modelli da raggiungere che finiscono per frustrare, piùche sviluppare, le nostre diversità individuali. La formazione della propria identità passa quindi attraverso le fasi più importanti dello sviluppo: leprime amicizie che spesso si trasformano in legami solidali duraturi; la scelta della scuola e del percorso di studi; decidere di frequentare un ateneo distante da casa e quindi la necessità sperimentare la convivenza con altri e la gestione domestica. Arriva poi il primo impiego, stabile per poche fortunate e precario per altre, che consente di avere una propria indipendenza economica. Sono anni duri che permettono di formare un’identità personale, lavorativa e relazionale; è contemporaneamente, però, un periodo piacevole perché si costruiscono legami,nascono simpatie e magari si trova l’amore. E’ a questo punto che sipotrebbe decidere di fare il grandepasso: formare una nuova famiglia. Convivenza o matrimonio comportano un cambiamento del nostro ruolo che si arricchisce di nuove qualità. Inevitabilmente crescono, oltre ai piaceri legati alla condivisione di momenti unici col partner, anche le incombenze legate ad una quotidianità sempre più frenetica. Ma il grosso cambiamento arriva nel momento in cui una giovane donna stringe tra le mani uno stick le cui linee evidenti aprono la strada ad una nuova vita, esterna ma soprattutto interiore. L’essere mamma è una condizione che arricchisce ogni donna di sensazioni, sentimenti e vissuti indescrivibili. Non è necessario aspettare di vedere il viso del proprio figlio per accorgersene, come spesso accade ai neo-papà. Una madre lo sente fin dal primo sguardo al test positivo. Da quel momento la vitasubisce uno stravolgimento in tutti i sensi: ci sono altre priorità, diventiamo meno padrone di noi stesse, del nostro corpo, del nostro tempo: ci riorganizziamo in funzione del nuovo nato. L’essere mamma trasforma inesorabilmente la nostra identità di donne. Quel frugoletto assorbe così tanto le nostre energie da farci dimenticare di essere anche mogli, professioniste, amiche e non da ultimo, donne. Stereotipi culturali e comunicazioni mass-mediali ci presentano immagini di donne perfette: angeli del focolare che riescono a integrare il proprio essere madri con tutti gli altri ruoli. Si fa presto ad entrare in un meccanismo che rischia di essere molto pericoloso: perfezione uguale felicità.
Ma esistono queste figure mitologiche? E soprattutto, sono davvero felici come ci vengono presentate? Come possiamo uscire vincenti dal confronto con queste eroine fittizie? Proviamo a riflettere insieme su alcuni punti.
Una delle condizioni che rende un ambiente familiare felice è la serenità delle persone che lo compongono. Chiediamoci allora: occupare ogni singolo minuto del giorno a compiere i nostri doveri senza tener conto dei piaceri ci rende serene? Se la risposta è no allora:
– Distinguiamo i doveri dai piaceri. Tra i doveri elenchiamo quelli davvero necessari (e non delegabili ad altri). Tra i piaceri mettiamo le piccole cose che ci fanno sentire meglio e che sono realizzabili (una chiacchierata con un’amica, un cioccolatino insieme al caffè, fare quattro passi all’aria aperta…) e programmiamone almeno uno al giorno.
– Pianifichiamole cose importanti da fare nel corso della settimana distribuendole il più possibile in modo omogeneo. Eviteremo di avere giornate infernali in cui si fa fatica persino a riprendere fiato.
– Impariamo a dire un sano NO anche quando ci si aspetterebbe da noi un bel sì condiscendente. Vale la pena sacrificare il proprio tempo e le proprie energie per fare cose che potremmo rifiutarci di fare solo manifestando i nostri bisogni e dando loro per una volta la priorità?
– Se non siamo noi le prime a rispettarci nessuno potrà farlo: quindi riprendiamo in mano il foglio su cui avevamo scritto i nostri punti di forza e ogni volta che qualcuno o qualcosa ci fa sentire inadeguate prendiamoci cinque minuti per noi e rileggiamolo. Questo ci farà sentire più sicure e pronte ad affrontare i compiti successivi.
Solo quando considereremo i termini madre, lavoratrice, moglie, amica, casalinga come aggettivi che qualificano una donna al pari di creativa, simpatica, gentile, premurosa ma anche stanca, fallibile e sostituibile avremo spalancato la porta alla possibilità che essere imperfette ci consente di essere serene e consapevoli delle nostre potenzialità e dei nostri limiti.
Miss Chiaraluce






Ho letto e riletto questo post. E penso che lo rileggerò ancora. Sembra che tu ti stia rivolgendo direttamente a me: stamattina sono stanca e dolorante per un ascesso ad un dente che da tre giorni (e notti) mi tormenta. Sto prendendo dosi da elefante di antibiotico continuando a svolgere le incombenze quotidiane sia nel lavoro che in famiglia. Adesso basta: da questo momento sono ufficialmente malata e consapevole dei miei limiti.
un abbraccio
Anna
Replicherò ciò che ha detto Anna, ma mi sembra di aver letto la mia vita. Mi ritrovo in tante frasi. Mi da proprio da pensare questo post.
Stefy
Mi fa proprio tanto piacere sapere che vi ritrovate in quello che ho scritto. La consapevolezza in fondo è il primo passo per il cambiamento, no? Un abbraccio a voi!
@Anna: anche io sono sotto antibiotico per via di un dente… fino a domani mattina… che barba…. Su, su che siamo forti, noi donne! Rimettiti presto. 😉
@Stefy: Anche a me piace molto ciò che scrive Miss Chiaraluce. Ci fa sempre riflettere… Ah! Grazie di essere passata di qui. 😉
@Miss Chiaraluce: la consapevolezza di sè. Hai perfettamente ragione. Arriva con la maturità, giusto? O ci si nasce? Un abbraccio <3 (Anto)
@Anto: magari qualcuno avra' pure una maggiore predisposizione innata a lavorare su di sé ma la maggiorparte di noi arriva alla consapevolezza dopo un bel percorso personale… e ti dirò che secondo me, in questo caso, il "viaggio" è più significativo della "meta"! <3
Miss, io davanti ai tuoi articoli mi sento tremare… Anche io lo leggerò e rileggerò bene. 🙂
@Diana: Grazie mille! <3