Johm Nash, premio Nobel per l’Economia nel 1994
Avete presente Rossel Crowe? Attore australiano, zigomi pronunciati, sguardo languido, fisico da urlo…..? Bene, dimenticatevelo pure.
Lui, il John Nash vero, l’ispiratore del film “A beautiful Mind” interpretato proprio da Crowe, è un signore magro, gracile, ormai ottantacinquenne.
Per vederlo dal vivo bastava essere a Bergamo lo scorso 30 Settembre quando, insieme al noto matematico Piergiorgio Odifreddi, ha partecipato ad un convegno promosso dall’Istituto I.S.E.O (Istituto di studi economici e per l’occupazione).
Vincitore del Premio Nobel per l’Economia nel 1994, lo studioso americano è arrivato in Italia con la moglie Alicia, conosciuta al MIT di Boston quando era una studentessa di fisica, e il figlio Johnny.
Ad accoglierli, nell’aula magna dell’Università di Bergamo, c’erano più di 300 persone venute da tutta la Penisola: un mosaico di professori, studenti, curiosi e appassionati che hanno trattato Nash come un divo hollywoodiano, senza risparmiargli la trafila di autografi, dediche e fotografie da postare subito sui social network.
Al centro del convegno la Teoria dei giochi (ovvero la scienza matematica che analizza situazioni di conflitto e ne ricerca soluzioni competitive e cooperative) e la nozione di equilibrio, così riassunta da Nash: “Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme”.
Proprio gli studi in questo campo elaborati da Nash ai tempi di Princeton gli valsero il Premio Nobel per l’Economia nel 1994, quando ormai aveva 66 anni e quando era totalmente disoccupato. La cosa non stupisce affatto: con il film “A beautiful mind” e l’omonimo libro di Sylvia Nasar pubblicato nel 1998 (uscito in Italia con il titolo “Il genio dei numeri”), di Nash non si sono conosciute solo le teorie matematiche ma anche la storia personale, divisa tra i successi accademici e le crisi dovute alla malattia che gli è stata diagnosticata negli anni ‘60, quando aveva poco più di 30 anni, e che risponde al nome di schizofrenia.
Ecco perché l’assegnazione del Nobel si rivelò per il matematico americano una “manna dal cielo”: non solo a Nash vennero affidati nuovi impegni accademici ma iniziò una lunghissima serie di incontri, conferenze, seminari in tutto il mondo che lo aiutarono a recuperare, molto banalmente, un’occupazione.
Pur rivelandosi piuttosto macchinose, almeno ai più, le formule di Nash hanno avuto e continuano ad avere enormi riflessi in moltissimi settori, da quello dell’economia fino ai comportamenti sociali e all’evoluzione del Dna.
“La teoria dei giochi – ha spiegato Nash all’incontro di Bergamo – è stata utilizzata in molti altri campi e la cosa non mi stupisce affatto. La sua portata va di gran lunga oltre la matematica”. Forse però Nash non si aspettava che la sua teoria arrivasse addirittura ad essere applicata in campo medico. Proprio pochi giorni fa infatti agli studiosi americani Lloyd Shapley (premio Nobel per l’Economia 2012) e David Gale è stato assegnato un prestigioso premio internazionale (i Golden Goose Awards) per aver utilizzato la teoria dei giochi per abbinare i donatori di rene con i pazienti compatibili. Ad oggi sono moltissime le persone negli Stati Uniti che vivono con reni trapiantati scelti, in parte, con il programma di incrocio donatori realizzato a partire da questo studio.
“Attenzione però a non sottovalutare un aspetto importante della Teoria dei giochi – ha ammonito Nash – Nella teoria non c’è alcuna componente etica, niente a che vedere con la morale. La mia è una ricerca scientifica, che si basa su puri calcoli matematici. Ecco l’etica, con la teoria dei giochi, non c’entra: l’etica non è quantificabile e in quanto tale non può essere matematica”.
E, a chi gli domanda come mai per la Teoria dei giochi sono già stati assegnati ben 10 premi Nobel dopo il 1994, lui risponde modesto: “Non saprei. Questione di gusto o di moda, forse!”.
Ormai Nash, in Italia e in Lombardia, è di casa: “È venuto da Princeton con piacere – ha rivelato un professore dell’Università di Bergamo che è un caro amico del matematico americano – per la quinta volta. Del resto è sempre incuriosito dalle nostre città e dall’arte italiana: per una settimana abbiamo scorrazzato tra Bergamo, Brescia, Milano, siamo stati anche a visitare la casa di Papa Giovanni XXIII a Sotto il Monte (provincia bergamasca ndr). Ha alloggiato per tutta la settimana a Bergamo, in città alta, e continua a chiedermi di portarlo a mangiare la polenta. Con il coniglio, però!”.
Sara Venchiarutti





