Il mio successo? Riuscire a cambiare il pubblico con un film
Il grande pubblico lo conosce per Pane e Tulipani: quella deliziosa commedia in cui un po’ tutte le donne si sono sentite, almeno per un attimo, Rosalba.
Sì, Rosalba: la protagonista. Quella donna dimenticata in un autogrill dal marito. La stessa donna che è in grado di trasformare quel gesto imperdonabile del coniuge in un’occasione per cambiare vita. Lontano da chi confonde l’amore con servitù e vicino a chi invece le fa battere il cuore.
Ma Silvio Soldini, celebre regista italiano classe 1958, non s’è fermato ai 9 David di Donatello e ai 5 Nastri d’Argento vinti nel 2000 con quella tanto fortunata pellicola. Il regista milanese ha continuato il suo lavoro per raccontare e, per certi aspetti, raccontarsi.
Lo abbiamo incontrato nel bergamasco, sul lago d’Iseo, dove Soldini ha presieduto la giuria del concorso dedicato ai cortometraggi “Corto Lovere”.
In tutti i suoi film, a cominciare da “Pane e Tulipani” ma anche in “Brucio nel vento” o nel fortunato “Il comandante e la cicogna” lei fornisce una lente di ingrandimento per temi fortemente diversi, frutto però della contemporaneità. È così?
Per ogni lavoro c’è sotto qualcosa di diverso. Ci sono casi in cui i film nascono dall’esigenza di dar voce ad un mio pensiero, a qualcosa che ho dentro mentre in altri invece trovo ispirazione da qualcosa di esterno. Pensi che un film è nato perché mi sono perdutamente innamorato di un romanzo.
Recentemente ha vinto un Nastro d’Argento con il suo ultimo lavoro “Per altri occhi – avventure quotidiane di un manipolo di ciechi” che è stato giudicato il miglior documentario. Quello come è nato?
Ecco quello è nato in maniera davvero singolare. Ho dovuto consultare un fisioterapista per un problema fisico e mi è stato suggerito di rivolgermi ad un professionista non vedente. Mi è bastato conoscerlo, vedere come lavorava per essere affascinato e incantato dalla sua storia. Che è un po’ la storia di tutte le persone cieche. E così ho voluto raccontare attraverso questo docu-film la vita straordinaria delle persone ipovedenti. E sa una cosa? È il film che più mi ha reso felice. Lo dico con certezza: vedo la gente che va a vedere questo documentario uscire dal cinema trasformata. Sono trasformati dalla storia. Le scene che sono state girate, le emozioni che suscitano, riescono a cambiare l’audience. Quello è il vero successo che mi fa felice e che dovrebbe far felice un regista. Riuscire a cambiare il pubblico.
E per lei è mai successo? C’è stato un film che l’ha cambiata?
Bè, uno sì. Si tratta di Locke, un film di Steven Knight.
Nei suoi film ricorrono spesso alcuni attori che sembrano essere tra i suoi preferiti.
In effetti con due attori in particolare si è creato un rapporto che va al di là del semplice lavoro: parlo di Giuseppe Battiston ma anche di Alba Rohrwacher. Con loro ormai ci si capisce al volo. Però in generale amo fare i classici provini per cercare il cast dei miei film, proprio perché amo trovare sempre persone diverse che mi consentano di costruire personaggi dettagliati, accurati. E poi per un regista cambiare è un imperativo, ogni volta bisogna reinventarsi.
Lei ha iniziato il suo lavoro da regista con dei cortometraggi…
Sì è vero, i miei primi passi in questo settore li ho mossi proprio partendo dal mondo dei corti. Però, attenzione, ricordiamoci che erano gli anni ‘80. Oggi dici cortometraggio e ti vengono in mente dei filmati realizzabili senza un grande dispendio di energie, di risorse, di tempo, di impegno in generale. Negli anni ‘80 servivano macchine da presa, sceneggiatori, montatori e persone capaci di lavorare con le pellicole, che non è uno strumento così semplice da maneggiare. Oggi, con le nuove tecnologie, è cambiato tutto: non servono più così tante persone né strumenti. Il mio ultimo documentario, in effetti, l’ho girato con sole tre persone. Poi c’è chi ci riesce usando uno smart phone. Però attenzione. Non pensiate che tecnologia sia sinonimo di qualità. Anzi…
Solo qualche settimane fa nelle sale italiane ma anche in televisione è stato trasmetto il film di Gabriele Salvatores “Italy in a day”. A lei non sarebbe piaciuto cimentarsi con un esperimento simile?
Onestamente non sapevo che fosse stata fatta una versione italiana, conoscevo quella americana però. Diciamo che, senza togliere nulla né dare giudizi di merito, ci mancherebbe altro, non è un lavoro per me. Proprio perché far raccontare direttamente ad una moltitudine di persone la loro vita è più un progetto da produttore che da regista. Il regista ha sempre bisogno di dare qualcosa di se stesso al film. Lo si può vedere su Youtube, almeno una piccola parte? Sì? Allora aspetti un minuto…
Armato di telefonino, Soldini si guarda il trailer di Salvatores. Dopo un minuto e mezzo il suo sguardo si illumina: “In effetti è vero. Ho già voglia di vederlo tutto”.
Sara Venchiarutti






