“Lei, accanto a quella biondona. Si alzi e venga qui, sul sacco. Quanto pesa? Come dice? 125 chili? Ma sua moglie, dopo che avete fatto l’amore, chiama l’Aci per alzarla?”.
Se qualcuno pensava che le ottantadue primavere suonate avrebbero fatto di Paolo Villaggio un vecchietto saggio e soprattutto politically correct, be, si è sbagliato di grosso.
Il comico genovese in questi giorni è in giro per l’Italia ma non sui palcoscenici o nei cinema. Ha siglato un accordo con il mobilificio Semeraro e gironzola per alcuni punti vendita della Penisola per incontrare fan e dispensare battutine al vetriolo.
A vederlo entrare così, tunica bianca che sembra tanto un pigiama e qualche chilo in meno di quello che la televisione gli regala, una strana sensazione ti invade: il ragionier Ugo Fantozzi non c’è più. La satira pungente del leggendario Paolo Villaggio se n’è andata, con l’età.
Mica vero.
Fatelo ingranare, ottantadue anni sono ottantadue anni per tutti, e risentirete Fantozzi bofonchiare così come Villaggio punzecchiare senza pietà chiunque gli passi di fronte. Anzi, chiunque. Punto.
“Mi scusi, lei. Sì, proprio lei, in prima fila. Si alzi. Quanti anni ha? Cinquanta? Ammazza, ne dimostra ottanta”.
La sua satira è quella di sempre, la sua ironia continua a mirare verso i bersagli più alti. E quando diciamo più alti…
La politica, manco a dirlo, la tira in ballo lui. I dipendenti di Semeraro ci hanno provato a dargli una scaletta, a proporgli qualche sketch preventivato, anche un po’ politicamente corretto, diciamolo, ma niente da fare.
“Vogliamo parlare di Renzi? Perché credete che governi, Renzi? È un politico che piace per il bel fisico asciutto. Andreotti mica ce l’aveva. Renzi invece è un latin lover, un tipo simpatico, uno che sa cinguettare. Ma è un fighetto travestito da politico. E adesso fare il politico significa avere una lunga serie di privilegi”.
Seppur in un mobilificio che vende qualsiasi tipo di divano, Villaggio questa volta snobba la sacca in cui il ragionier Ugo Fantozzi si accasciava, nell’ufficio del capo. Questa volta il comico parla, punzecchia e risponde alle domande accomodato su un comodo divano in pelle. L’età? Non solo.
“Una tragedia. Qualche mese fa sono scivolato mentre ero a Roma e mi sono incrinato due vertebre. Mia moglie m’ha accompagnato in ospedale dove c’era un tizio, un dottore, che mi voleva operare. L’ho denunciato. Qui in sala c’è un santone o un guaritore? No? Va bene, vada per il veterinario”.
Lei ha vinto due David di Donatello, un Leone d’oro alla Carriera e un Nastro d’Argento per dei bellissimi film. Ma una cosa è certa: il suo nome rimarrà per sempre legato al personaggio di Fantozzi. Le dispiace?
Guardi, le rispondo raccontandole un aneddoto. Un’estate stavo scendendo da un traghetto ad Olbia, con mia figlia. C’erano 3 chilometri di fila con centinaia di disgraziati in coda sotto il sole. Noi eravamo in macchina, anzi in un macchinone lussuoso. Non volevo che quei disgraziati mi vedessero a bordo di questa super auto perché non volevo che pensassero “Hai visto quanto è ricco il padre di Fantozzi”. Una vecchietta però m’ha riconosciuto. S’è avvicinata e mi ha detto: “Grazie, grazie davvero: in Fantozzi ha vendicato tutti i disgraziati come me”. E lì mi sono sentito un benefattore.
La sua biografia è impossibile da ricordare. Si ha qualche problema perfino nel leggerla, da quanto è lunga. È scrittore, attore di cinema e teatro, ma è stato perfino conduttore e giornalista. C’è un lavoro che le è rimasto nel cuore?
Ho fatto dei film incredibilmente belli con dei registi favolosi. Fellini, in primis: era un genio, un grande affabulatore. La persona più intelligente che conosca. E poi c’è anche Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Lina Wertmuller. A proposito, è ancora viva, vero?
Ma il film che più mi è rimasto nel cuore è “Il segreto del bosco” di Ermanno Olmi: un grandissimo rompiballe. Ci ha fatto stare per tre mesi immobili nei boschi di Cortina finché non ha nevicato. Perfino il doppiaggio, ce l’ha fatto fare lì. Nelle sale di incisione la voce viene sempre un po’ deformata. Il bosco invece regala una verità incredibile.
Del cinema contemporaneo che pensa?
Non ci crederete ma mi ha colpito tantissimo il film “Fuga di cervelli”. Sì, quello con Paolo Ruffini. L’ho rivisto tre volte. È incredibile come sia cambiato il linguaggio nel cinema. Ora è molto moderno, snello, pieno di espressioni gergali, anglicismi e un sacco di parolacce. Per carità, ho sempre invidiato Benigni e Troisi, ma questi nuovi film rivelano il linguaggio reale delle nuove generazioni.
Non è un mistero che lei non sia un grande estimatore della politica contemporanea né tantomeno dell’Europa.
Ma per forza. Guardiamo i risultati. Una volta noi italiani, anzi europei, eravamo un popolo orgoglioso, fiero. C’era la supremazia europea. Guardiamoci attorno: in Italia non ci sono solo i nuovi poveri, ci sono soprattutto i nuovi tristi: ragazzini di diciotto anni che non credono più nel futuro. A noi bastava andare al Lido di Genova a fare festa per essere felici.
In Europa stiamo vacillando, non siamo felici e ci sentiamo schiavi degli Stati Uniti, intenti a inventarsi qualche nuova stupida guerra.
La guerra, appunto. Lei l’ha vissuta da vicino…
Ecco, questo è il punto. I giovani di oggi non se la ricordano, non sanno cosa sia la guerra. È una roba impossibile da spiegare. Per me la guerra erano i miei compagni di scuola, i compagni miei e di mio fratello gemello, che arrivavano in classe, a Genova, e da un giorno all’altro avevano perso i genitori. Fucilati. La guerra è la cosa più stupida che esista al mondo.
La potremo vedere coinvolta in progetti teatrali o cinematografici a breve?
No guardi, l’unico progetto che ho al momento è quello di guarire. Non scherzo, eh… Nell’invecchiare sono diventato più paziente, non scalpito più. E poi queste vertebre incrinate sono una tragedia. Dov’è il veterinario?
Anzi, a proposito di invecchiare, sa cosa diceva il mio amico Fellini? Diceva che quando i comici invecchiano tendono a ripetersi.
Ed è vero?
Che crede? Le battute di oggi le faccio da 42 anni…
Sara Venchiarutti





