Annarita Briganti (si) racconta tra legge 40 e diritto alla felicità.
Scende dal treno telefono all’orecchio, vestito scuro, niente trucco, borsa con il portatile in spalla. Deve rifare il suo pezzo. Lo aveva già mandato, solo poche ore prima, ed è bastata una telefonata dalla redazione per convincerla che no, così non andava, l’articolo doveva essere più interessante, meno scontato. Mezz’ora seduta un bar in una città sconosciuta, Brescia, portatile, pennina usb, e la seconda versione è pronta. Via, spedita, questa volta sembra andare bene.
Se pensate che la vita di una giornalista che scrive per uno dei più importanti e venduti quotidiani italiani sia molto differente da una semplice corrispondente di provincia… ripensateci.
Annarita Briganti è una delle firme (free lance) di Repubblica, la potete leggere quasi ogni giorno nelle pagine della cultura: il suo pane quotidiano sono i libri (quelli degli altri), le recensioni, i festival letterari, le feste patinate con la creme del mondo editoriale italiano e internazionale.
Come sempre però, il “mondo di frutta candita” nasconde una guerra interiore. E la sua, Annarita, l’ha voluta raccontare nel suo primo lavoro: “Non chiedermi come sei nata” (Cairo editore) che, pare, stia già scalando le classifiche.
200 pagine per un romanzo che ti inchioda, dovunque tu sia. Annarita ha dato alla luce uno di quei libri che non ti lascia scampo, specialmente se sei femmina, se hai tra i venti e i cinquant’anni, se hai l’ambizione di campare con un lavoro che ha anche solo un minimo a che fare con la cultura, l’arte, la letteratura e soprattutto con il giornalismo. “Non chiedermi come sei nata” non è solo un romanzo che parla della storia di una donna che va incontro a una delle scoperte più amare, l’infertilità. È piuttosto un oblò da cui spiare e sviscerare le contraddizioni, le paure, le emozioni, i mali di ciascuno di noi.
A catturare il lettore è anche il linguaggio-calamita: la cifra stilistica della Briganti è la schiettezza disarmante, il tono sarcastico, pungente, secco, senza fronzoli, che arriva dritto al sodo. Il suo libro ha titoli che sembrano per certi versi tweet, per certi versi battute di qualche protagonista di “Sex and the city” in versione laureata alla Columbia. E lei, in fondo, un po’ lo è.
Solo qualche giorno fa a Brescia, Omar Pedrini (noto musicista e cantante italiano, tra i fondatori del gruppo dei Timoria insieme a un altro bresciano, Francesco Renga) ha voluto presentare il libro di Annarita che lui stesso ha definito “Rock come Mike Jagger”. Mica male se a dirtelo è uno che ha venduto migliaia di dischi e che ha fondato il gruppo dei Timoria insieme a un altro big (pure lui bresciano) della musica italiana che è Francesco Renga.
Pedrini ha accettato di buon grado di presentare un libro che, a prima vista, nulla ha a che fare con la sua storia: e invece lui, giubbino di pelle, t-shirt strampalata e cappellino, non solo ha divorato “Non chiedermi come sei nata” ma ha trovato moltissimi paralleli con la sua vita, precaria o spericolata (chiamatela come volete) da musicista.
Omar ha dimostrato come la delicata questione della legge 40, della fecondazione assistita, non sia solo un affare femminile.
Annarita, il tuo romanzo scava a fondo nei mali di uno di questo Paese: il precariato. Eppure, da una giornalista di un quotidiano che vende oltre 400.000 copie, non ci si aspetterebbe una denuncia di questo tipo.
Con la cultura in Italia non si mangia, non possiamo raccontarcela diversamente. E tutti coloro che ci tentano, giornalisti free lance in primis, ma anche musicisti, artisti, diventano precari dalla vita instabile. Telefonate a ogni ora, reperibilità a tutto tondo, disponibilità illimitata per un futuro assolutamente incerto. Negli altri Paesi non è così: come scrivo nel romanzo, negli Stati Uniti e nei paesi civili, uno che di mestiere scrive, campa con le sue parole: libri, cattedre di scrittura creativa, articoli sui giornali. Da noi lo stesso scrittore deve fare doppi e tripli lavori non creativi che, in gergo, chiamiamo lavori di sussistenza. Ne parliamo a bassa voce, vergognandocene. In Italia con la cultura non si mangia: è il vero scandalo, ci vorrebbero le barricate contro questa ingiustizia.
La storia di Gioia è una storia molto cruda, che dice esattamente le cose come stanno, senza girarci troppo intorno. Giusto per fare un esempio, tu scrivi: se sei una donna single in Italia e cerchi un figlio, sparati. E il tema, così delicato come l’infertilità, non ti trattiene dall’andarci giù duro.
Sì, la fermezza nel linguaggio è proprio una delle peculiarità del romanzo sin dalla prima pagina. In fin dei conti si apre con cinque parole piuttosto dure: “Ho abortito cinque giorni fa”. La verità alla protagonista fa male ma ne ha bisogno per affrontare un percorso dai mille effetti collaterali che in pochi ti raccontano.
Gioia, in questo, è diversa da me: la schiettezza, la severità della vita non la schiacciano, anzi riesce a rialzarsi senza troppa fatica. Per me non è sempre così.
Nel tuo romanzo, che abbiamo capito per la maggior parte essere autobiografico, la protagonista che fa il tuo stesso lavoro scrive un articolo contro la legge 40. Lo hai fatto davvero?
Sì, l’articolo l’ho scritto veramente, per Repubblica. In fondo ho voluto mettere la mia email personale, volevo vedere se avevo fatto centro, se qualcuno mi avrebbe scritto per lamentarsi, indignarsi, esprimere dissenso o anche approvazione. Mi sono arrivate decine di email con critiche e apprezzamenti. Segno inequivocabile che il ferro è caldo, il tema spinoso, l’interesse altissimo. Un articolo che fa parlare è un articolo che funziona, punto.
Qual è la principale contraddizione in Italia?
Il problema è uno ed unico, ed è un problema di libertà. In Italia non siamo liberi di scegliere se e come nascere, come morire, come diventare genitori. Intere categorie, se così possiamo definirle, sono escluse da diritti inalienabili. E ad escluderle è un parametro solo, quello della normalità. Ma chi stabilisce cosa è e cosa non è normale? L’infelicità a cui queste imposizioni portano è immensa.
Se solo un articolo ha fatto questo effetto, cosa ha scatenato il tuo libro?
Di tutto. Dalle invidie di persone che evidentemente non credevano né in me né nel libro, ai mal di pancia della mia famiglia, a una miriade di lettere, email, post di donne e uomini che vogliono sapere come si fa, come si affronta una terapia di fecondazione assistita in Italia o all’estero. Io non sono un medico o una consulente, però raccogliere le emozioni di queste persone mi ha fatto bene.
Il libro ha prodotto un meccanismo che mi ha portato a conoscere persone con le quali è scattata un’empatia immediata: quando condividi esperienze, pensieri, avventure su un tema così importante, non può non esserci.
A dirla tutta, in “Non chiedermi come sei nata” non dipingi una grande Italia…
Questo è vero. Dipingo un’Italia che punisce, che ci inchioda a leggi frutto del retaggio culturale e religioso che ci portiamo come bagaglio, un’Italia che non premia né stimola l’arte o la cultura in generale. Però poi nel libro c’è un’intera costellazione di riferimenti, soprattutto letterari ma anche musicali, a personaggi di riferimento della nostra cultura.
In effetti la protagonista, divoratrice di romanzi, a un certo punto decide di scrivere una lettera a un certo Andrea De Carlo. Non dirmi che gliel’hai scritta davvero?
Sì, eccome. Gliel’ho scritta, mi ha risposto e siamo diventati amici.
Forse non a tutti una lettera firmata da De Carlo causerebbe l’eccitazione che ha prodotto invece in Annarita Briganti. Ciò che è certo è che tutti, ma proprio tutti, in “Non chiedermi come sei nata” trovano uno spaccato della loro vita: chi prende 8 euro ad articolo, chi combatte per avere il diritto alla maternità, chi si inietta dosi di ormoni dai mille effetti collaterali, chi smette di amare la propria moglie o il proprio marito per un amore poco fecondo. Chi guarda la sua vita, capisce cos’è l’infelicità, le dà un nome e poi la combatte. Non deve stupire quindi che noti registi italiani abbiano già posato i loro occhi sul romanzo della Briganti. Vedere la storia trasformata in un film sarebbe davvero una grande bellezza, quella immensamente contraddittoria, del nostro Paese.
P.S.: Ultime battute della presentazione, a Brescia, settimana scorsa. Una bimba tra il pubblico, circa un anno, scandisce con enfasi la parola “papà”. Normale amministrazione per qualcuno, Gioia infinita per qualcun’altro. La bimba era la figlia di Omar Pedrini che, tra i relatori, si è quasi commosso. Prima di allora, Emma Daria non lo aveva mai chiamato papà. Ecco cos’è “Non chiedermi come sei nata”: un libro sulla libertà di essere felici.
Sara Venchiarutti






