Viola Veloce è attualmente in vetta alla classifica di Narrativa dei Bestseller di Amazon col suo nuovo lavoro (un romanzo) dal titolo “Omicidi in pausa pranzo”. Viola ha scritto anche “Mariti in salsa web” e “Mamme Bailamme”, sempre autopubblicati su Amazon. Io, che divoro ebook, l’ho conosciuta grazie a “Mariti in salsa web” che ho letto, tutto d’un fiato, la settimana scorsa: spassosissimo, davvero divertente, ironico e “leggero” nel senso positivo del termine. Mi è piaciuto talmente tanto il suo libro e il suo modo, fluido e “veloce” (ridete, prego) di scrivere e raccontare i fatti, che l’ho subito contattata per chiederle un’intervista che ha gentilmente accettato di rilasciare.
Viola, di giorno fai l’impiegata e di notte la scrittrice. Cos’è che, dopo una giornata di lavoro, ti spinge a metterti di fronte a un monitor per scrivere?
In realtà, scrivo anche durante il giorno. Faccio l’editor e quindi sono abituata a scrivere quintali di roba su argomenti spesso non particolarmente interessanti. Insomma, mi considero una cottimista della penna e ho imparato a scrivere meccanicamente, senza quasi capire COSA sto scrivendo. So che l’aggettivo alienante è brutto e vecchio, ma quando scrivo per lavoro, mi alieno – cioè divento estranea – a quello che scrivo. Sono arrivata persino a tenere una rubrichetta di golf e io ODIO IL GOLF! Scrivere di sera, invece, mi permette di scegliere in tutta libertà gli argomenti sui quali voglio sparare stupidate. Insomma, battere di notte sui tasti del computer è un modo per recuperare la libertà che perdo durante il giorno, quando divento una pennivendola prezzolata. Ma sospetto che scrivere così tanto – di sera – sia anche un modo per curare una logorrea che altrimenti diventerebbe perniciosa. Detesto le persone che parlano troppo. Se invece scrivo TROPPO, non faccio del male a nessuno. Chi non vuole leggermi, clicca su un’altra pagina web, senza il bisogno di cambiare stanza o tavolo in mensa. Semplicemente smette di leggermi. Insomma, meglio essere grafomani che logorroici. È socialmente meno fastidioso.
In “Mariti in salsa web” e “Mamme Bailamme”, traspare molto di quella che, immagino, potrebbe essere la tua vita, per certi aspetti simile a quella di molte altre donne/mamme/mogli lavoratrici. Non pensi sia un grande punto di forza, avere la capacità di coinvolgere totalmente il lettore nelle proprie vicende?
“Mariti in salsa web” è in realtà molto più inventato di “Mamme bailamme”. Ma cerco sempre di raccontare delle storie che siano molto verosimili. Non è nelle mie corde la letteratura fantastica o surrealista, non sarei capace di inventare una trama di un romanzo ambientato su Marte o semplicemente un po’ più fantasioso dei miei. Se riesco a coinvolgere il lettore – come dici tu – forse è solo perché non gli rompo troppo le palle con lunghe e forbite descrizioni degli ambienti dove si muovono i personaggi e dei loro cosiddetti stati d’animo. Bisogna essere dei geni per saper descrivere senza annoiare – geni come Franzen o la Munro – altrimenti le descrizioni sono PESANTI O LEZIOSE. Io le ho quasi completamente eliminate e sostituite con i dialoghi – nei quali penso di essere più brava – arricchiti da qualche colpo di pennello a PUNTA LARGA per fare capire dove si svolge la scena. Senza tirarla mai troppo lunga. Detesto anche le lunghe descrizioni della vita interiore dei protagonisti, perché le trovo in genere piuttosto noiose. Anche in questo caso, si salvano solo i geni. L’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce riproduce in modo travolgente e divertente i pensieri liberi e disordinati di Molly Bloom, mentre trovo stucchevoli i compiti in classe sulla tristezza di quando finisce un amore. Anche in questo caso, preferisco usare i dialoghi. Se non sei uno scrittore CLAMOROSAMENTE BRAVO, te la cavi meglio con uno scambio di battute che non con sette aggettivi di fila, tra cui triste, disperata, abbandonata, delusa, piena di rimpianti. Meglio non menarsela troppo, insomma e scrivere in modo più fluido.
Leggerò nel weekend “Omicidi in pausa pranzo”, stesso titolo del tuo blog. Parlami di entrambi, blog e libro.
“Omicidi in pausa pranzo” è nato dal desiderio di CANCELLARE dalla faccia della terra i due colleghi che capitarono – uno dopo l’altro – nella scrivania di fronte alla mia in un anno molto sfortunato. Negli uffici, non puoi scegliere con chi condividere la stanza e se si verifica una congiuntura sfortunata – un collega molto antipatico seduto a venti centimetri da te – le otto ore al giorno che devi passare al lavoro diventano lunghissime. Uno dei due colleghi in questione teneva per davvero – come in “Omicidi in pausa pranzo” – le veneziane abbassate tutte il giorno. Sono stata costretta a vivere – come un topo – un intero anno al buio. È stato allora che ho deciso di fare uccidere il collega in questione da un serial killer – solo nel libro… – ma è stata una piacevole sorpresa quando ho scoperto che il Personale la pensava come me. Il collega in questione adesso non c’è più… Il blog, invece, mi è servito per promuovere i libri ma anche per sfogare in modo politically correct la mia logorrea, convertita, come ho già detto, in una meno fastidiosa grafomania.
Incredibilmente, gli editori ai quali hai presentato i tuoi lavori, li hanno bocciati ma su Amazon vendi più di cento copie al giorno… Mi sembra di potere affermare che tu ti sia tolta un bel sassolino dalla scarpa, no? Il tuo successo è la prova che, forse, conta di più piacere ai lettori invece che agli editori…
Ho sempre scritto pensando che non dovevo essere NOIOSA. Anche nelle mie conversazioni quotidiane cerco di non rovinare la vita agli altri raccontando quintali di affari miei, senza nessun rispetto per chi mi ascolta. Agli editori devo essere sembrata poco raffinata, anche se usare una scrittura asciutta richiede molta fatica. Fatica che spesso non viene riconosciuta. Una scrittura pulita può sembrare molto sciatta e quindi venire scartata come troppo banale. E poi, devo dire la verità, agli editori sono arrivate versioni non editate delle mie operine, che sono molto migliorate dopo che ci ho lavorato sopra con un paio di editor che mi hanno aiutato ad allungare un po’ il brodo (prima era veramente un po’ troppo ristretto). A quel punto, era comunque inutile rimandare agli editori i miei libri – modificati – visto che erano già stati bocciati. La scelta di pubblicarli su Amazon era quindi la mia ULTIMA POSSIBILITÀ. Altrimenti avrei buttato via intere notti passate a scrivere. Ultima cosa: sono abbastanza “smanettona” perciò sono riuscita a fare tutto da sola, senza affidarmi ad agenzie web. E quindi ho contenuto i costi anche delle attività di promozione.
Stai già lavorando a qualcosa di nuovo, vero?
Sì, ho cominciato un libro depressissimo dove la protagonista è una traduttrice che non parla mai e passa tutta la vita da sola, aspettando di incontrare l’unico uomo che le è piaciuto. Un tedesco con il quale ha avuto una storia quando aveva venticinque anni, e che si è sposato con un’altra donna. Ma adesso che ne parlo, capisco -MA SOLO ADESSO! – che sto scrivendo un libro che è l’esatto contrario di quelli scritti fino ad adesso. Il “rischio schifezza” è quindi molto elevato. Un’amica che ha lavorato per anni in una casa editrice, mi ha raccontato che spesso le vere schifezze nascono quando uno scrittore vuole scrivere un libro BELLO, in cui si impegna moltissimo. Forse neanch’io sono nata per scrivere qualcosa che non sia una commedia molto dialogata. Boh, non so che cosa ne verrà fuori.
Viola Veloce è uno pseudonimo. Aspetti di diventare famosissima prima di rivelarci il tuo vero nome?
Dunque, col mio vero nome porto a casa una stipendio da impiegata. Con quello di Viola Veloce mi diverto e non guadagno quasi nulla. Sarei disposta a rivelare il mio nome solo se vincessi il Superenalotto e mi trasferissi alle Barbados. Magari con un paio di toy boys che mi fanno vento con delle foglie di banano, mentre mangio aragoste sulla spiaggia. A quel punto, il fatto che mi chiami Viola Veloce o Giulio Cesare diventerebbe poco rilevante. Conterebbe solo il peso delle aragoste: mai sotto il chilo.
Ecco, hai spiegato perfettamente ai lettori di Donne Magazine perché in questa intervista non compaia anche una tua fotografia. Grazie e in bocca al lupo!
Antonella Pfeiffer – LaAntoBlog







